SAMARITANI 2.0: la risposta di Federvita Emilia Romagna al suicidio assistito per legge
di Antonella Diegoli, Presidente di Federvita Emilia Romagna
La strada imboccata dalla Regione Emilia Romagna con queste ultime disposizioni sul suicidio assistito confligge in profondità, ne siamo certi, con il dovere del medico. Viene fatta salva l’obiezione di coscienza, ma l’esperienza dei tanti professionisti che affiancano da anni il volontariato pro life, strutturato sul territorio regionale in oltre quaranta realtà, ci dice invece quanto siano necessari – come l’aria che respiriamo! – l’accoglienza della persona, l’ascolto delle sue fragilità, l’accompagnamento sulla strada della vita fino al suo naturale compimento. In una parola: la cura. Prendersi cura dell’altro, sostenere la persona ammalata o fragile, la famiglia.
Da cittadini abbiamo assistito in questi anni, colpevole anche il covid, ad un allontanamento dai bisogni reali della persona in tema di sanità (ma non solo), accompagnato da un sempre maggiore disinteresse, da una delega ad altri e da una impietosa burocratizzazione. Medici ‘di vecchio stampo’ sono rari e desideratissimi. Ippocrate a fondamento, la cura come missione. Ascoltare, visitare, la presa in carico e lo scopo: alleviare la sofferenza stando accanto al malato e alla sua famiglia. Esperienze quotidiane di una delle professioni più importanti e difficili. Esperienze quotidiane anche per chi ha fatto dell’ascolto e della cura la propria missione di volontariato: centinaia di donne che hanno vissuto situazioni di abbandono (anche ‘sanitario’), tante spinte a silenziare il cuore e buttarsi nel baratro dell’aborto, tutte madri prese in carico e aiutate.
E ora il fine vita.
Ma cosa vuol dire ‘fine vita’? Da quando veniamo all’esistenza siamo in un fine vita; il tratto che ci compete ha caratteristiche e finalità diverse per ciascuno, se manca però la trascendenza tutto perde la propria dimensione più profonda, tutto diventa opinione. Centinaia di volontari della Rete di Federvita ER, forgiati da decenni di trincea per la vita nascente, sanno che questa terribile nuova frontiera ci riguarda, la profetica declinazione della mission ‘dal concepimento alla morte naturale’ era chiara già cinquant’anni fa.
Per questo motivo il direttivo della federazione ha dato l’avvio al progetto SAMARITANI 2.0 per l’istituzione di un numero ‘verde’ al servizio di chi attraversa o vive situazioni di estrema fragilità e/o fine vita. Uno spazio virtuale e virtuoso dove persone reali possono ascoltare le fatiche e le richieste di aiuto e di cura che la deriva eutanasica tenderà a mascherare, alimentando se stessa (l’esperienza di tanti Paesi ‘progrediti’ va in quella direzione, inesorabilmente). Da oltre trent’anni è attivo il numero verde (8008 13000) per la vita nascente e migliaia di bambini sono nati grazie alle loro mamme che si sono sentite accolte e accompagnate; ora è necessario attivare un servizio simile per la vita fragile e terminale. Davanti agli occhi abbiamo l’esempio dello storico presidente Carlo Casini, che anche in questo caso, sulla propria pelle, ha tanto da dire: se sull’aborto in quanto uomo parlava usando ragione e intelligenza, da ammalato di SLA negli ultimi tempi della sua esistenza, ha parlato con la sua vita. Accudito dai familiari, accompagnato dalla fede in quel Cristo salvatore del mondo, che ogni chiesa proclama nella notte di Pasqua quale trionfatore sulla presenza più assurda della vita, ha atteso con fatica e serenità ‘sorella morte’. Fulgido esempio di vera speranza.