“L’avete fatto a me”

In questi giorni le agenzie come anche numerosissime pagine di social network, cavalcando l’onda mediatica della scelta eutanasica consumatasi in Svizzera poche ore fa, collegano tale scelta alla dimensione della civiltà e, soprattutto, della libertà.

Tali eventi, sempre più caratteristici della società contemporanea, riportano ad un urgente bisogno di riflessione su temi così importanti per quanto delicati che, probabilmente, si danno per scontati: si assiste oggi ad un gap comunicativo che deriva dal fatto che le parole, svuotate del loro senso originario, assumono i più svariati significati proponendo così un mondo cangiante e, spesso, non reale; sto facendo riferimento proprio al concetto di libertà, di amore e, perché no, anche di civiltà; sto facendo riferimento alla quality of life che, in modo larvato e silente, si è ormai impossessata del nostro modo di pensare giungendo così a dichiarare certe vite non più degne di essere vissute perché, secondo alcuni parametri o in base a certi algoritmi, la vita – non presentando più una determinata qualità – non ha più senso in se stessa; sto facendo riferimento all’assolutizzazione dell’autonomia e della volontà dell’uomo che – divenendo autoreferenziali – sono giuste in se stesse solo per il fatto che è stata fatta una scelta, indipendentemente dal contenuto della scelta fatta; sto facendo altresì riferimento al fatto che un comportamento, oggi, è considerato sbagliato solo se nuoce all’altro e in mancanza del suo consenso: tutti gli atti compiuti così su noi stessi o sugli altri con il loro consenso sarebbero, per tale motivo, giusti e non criticabili.

Il tutto parte dalla considerazione del valore della vita e, per contro, dalla possibilità di trovare un senso anche nell’acerba esperienza del dolore che la vita in certi casi può, purtroppo, presentare.

Sono stati scritti fiumi di inchiostro sulla indisponibilità della vita umana e sul necessario rispetto e tutela che ad essa vanno accordati dal suo naturale sorgere al suo naturale tramontare.

Il Concilio Vaticano II denuncia  come abominevoli delitti contro la vita: “ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario” (Gaudium et Spes, 27). Successivamente la Congregazione per la Dottrina della Fede ha avvertito la necessità di riaffrontare il tema dell’eutanasia ribadendo le motivazione del rifiuto di tale pratica (Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF), Iura et bona, 5 maggio 1980).

Che cosa intendiamo quando parliamo di eutanasia? La CDF è molto chiara in merito: per eutanasia si intende “un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati”. Si tratta, pertanto, di provocare la morte  – con intenzione e azione – per evitare il dolore e la sofferenza.

I punti pruriens della questione riguardano diversi concetti: la dignità della persona e della vita umana, il concetto di libertà e anche il concetto di dolore e sofferenza.

Il termine persona è molto caro alla teologia che, in primis, lo elabora in relazione alle Persone Divine. La persona umana venne definita da Boezio (480-526) come individua substantia rationalis naturae: una sostanza individuale di natura razionale. Da tale definizione, completata poi da Tommaso di Aquino che vede nell’atto d’essere lo specifico della persona umana, si evince che la persona, a differenza degli enti logici, ha un valore in sé. E’ la persona in se stessa il valore a cui tutto va commisurato. Ciò deriva dalla sua dignità che, proprio perché dignità di persona, dignità personale, è indefinibile perché infinita. Noi possiamo infatti solo certificare la dignità dell’uomo, parlarne per analogia ma risulta impossibile definirla in modo univoco, questo perché definirla significherebbe limitarla. La vita della persona umana, pertanto, non acquista un significato ed una valore in relazione alla capacità di compiere certe operazioni, sostenute dalle impostazioni utilitaristiche o funzionalistiche; io non sono persona perché sono in grado di camminare o di vedere: posso camminare e vedere perché prima sono persona. Così, di contro, la non possibilità di certe funzionalità non degrada la dignità della persona che si situa ad un livello diverso dalla mera funzionalità. Se così fosse mentre noi dormiamo non saremmo più persone e, quindi, un omicidio di una persona nel sonno non sarebbe punibile, solo per fare un esempio.

La vita dell’uomo è valore in sé e non in altro; il rispetto del diritto alla vita – caratteristica delle società civili – consente il rispetto di tutti gli altri diritti: come posso garantire la libertà, l’autonomia se, prima, non garantisco il diritto che li rende tutti possibili ossia il diritto alla vita?

Altro nodo è la questione del dolore che, nell’oggi, è l’esperienza del non senso. Siamo tutti concordi nel sostenere che il dolore è l’esperienza più terribile e angosciante dell’esistenza umana; siamo tutti concordi nel ribadire che il dolore va combattuto  – con la possibilità di privare anche la persona della sua coscienza (dopo aver ottenuto il consenso) – fino in fondo. Combattere il dolore non significa però combattere la persona. La persona, anche se inguaribile, sarà sempre curabile. Siamo purtroppo impregnati di tecnicismo scientifico che fa perdere di vista il fatto che potremo sempre prenderci cura di una persona che, per sue condizioni cliniche, non potrà guarire. Abbiamo purtroppo ridotto i bisogni della persona alla mera clinica e ci siamo dimenticati delle esigenze psicologiche, affettive e anche spirituali che la persona, volens nolens, porta dentro di sé.

Sono tante le testimonianze di persone che affermano un dolore lenito per la presenza di un qualcuno al fianco. Come non ricordare l’intuizione profetica di Cicely Saunders e l’esperienza degli Hospice? (Cfr. Cicely Saunders, Vegliate con me. Hospice un’ispirazione per la cura della vita, Edb, Bologna, 2008).

Per noi credenti anche nel dolore si apre la possibilità di un’esperienza; anche e ovviamente non solo nel dolore. La nostra fede non è la fede nel dolore ma nella vita, nella resurrezione, nella gioia e noi siamo ben consapevoli che non è il dolore che salva in sé. Quando però esso, nonostante tutti i tentativi, diventa inevitabile, allora anche lì si apre una possibilità di senso, la possibilità anche lì di un incontro: l’incontro con il buon Pastore che, prima di noi, è passato nella valle più oscura e, conoscendola, ci offre una strada per percorrerla: “Il vero pastore è Colui che conosce anche la via che passa per la valle della morte; Colui che anche sulla strada dell’ultima solitudine, nella quale nessuno può accompagnarmi, cammina con me guidandomi per attraversarla: Egli stesso ha percorso questa strada, è disceso nel regno della morte, l’ha vinta ed è tornato per accompagnare noi ora e darci la certezza che, insieme con Lui, un passaggio lo si trova. La consapevolezza che esiste Colui che anche nella morte mi accompagna e con il suo « bastone e il suo vincastro mi dà sicurezza », cosicché « non devo temere alcun male » (Benedetto XVI, Spe Salvi, 6).

In questa contesto siamo chiamati ad offrire un pensiero di vita, del sostegno e della possibilità di un senso anche quando tale senso risulta nascosto. Il grande sforzo sta nell’utilizzo della ragione e non nel farci travolgere dall’emozione che, giustamente, reagisce in certi modi di fronte a certe situazioni. Così è ovvio che di fronte ad un neonato la nostra emozione è diversa rispetto al guardare un embrione, così come nascono certe emozioni nel vedere persone che soffrono in fin di vita. Si tratta però di scorgere una dignità che non può essere lesa e che non viene definita dal nostro sentire e dalle nostre emozioni.

Ritorna l’accorato appello di San Giovanni Paolo II quando, già nel 1995, ci esortava a costruire la cultura della vita: non possiamo desistere; è necessario far sentire la nostra voce proprio in virtù del testo evangelico tramite cui, Dio stesso presente nelle persone umane, ci chiede questo quando afferma e dichiara che ogni cosa fatta al più piccolo di noi l’abbiamo fatta Lui (Cfr. Mt 25, 40).  Come non vedere questo ‘piccolo’ nel malato, nel  terminale, nella persona sofferente?

Prof. Giorgio Giovanelli

Pontificia Università Lateranense