Ecce Homo #2: Il sale, lo specchio e il segreto del palindromo

All’inizio del nostro percorso, se ricordate, abbiamo riflettuto insieme sul fatto che l’uomo non é un pezzo di carne, ma un essere vivente che si distingue dal resto degli animali che abitano  la giungla/mondo che ci ospita, perché, in sostanza, ogni sua scelta si inscrive nella cornice dinamica della ricerca di senso!

Una gran banalità, penserà qualcuno, e forse non ha torto. Ma a volte sembra proprio che il compito principale della filosofia sia quello di rivelare la non  evidenza di ciò che è scontato.

E per chiarirci su questo punto mi verrebbe subito da fare un esempio:

Il circo degli opinionisti si sbizzarrisce in questi giorni, lucrando consensi o accumulando ingiurie (a seconda dei punti di vista) piroettando cinico sulla triste vicenda del povero Dj Fabo!

Vengono sparate sentenze, decretate veritá dogmatiche controfirmate da neo-teologi del calibro di  Saviano, e a morire, sotto il fuoco incrociato dei superficiali, dei perbenisti e dei radical chic, é la capacitá di giudicare con luciditá  un fatto che impone a tutti una seria riflessione sul senso della vita e sul “valore” ( e dico valore) della malattia!

Questa é una rubrica tendenzialmente ironica che prende peró terribilmente sul serio la notizia del suicidio di un ragazzo malato. Per questo non esprime giudizi in merito al dramma particolare di un giovane uomo visitato da una sofferenza alla quale, probabilmente,  non era pronto!

Qui cerchiamo invece di comprendere, e dobbiamo farlo se vogliamo mantenere un livello minimo di empatia e civiltá,  quale sia l’orizzonte culturale, cioé l’orizzonte di senso piú o meno condiviso da un ampio gruppo di persone, entro il quale di fronte al dolore, alla paralisi, di fronte al limite ( che é cifra del’umano)  il riposo della morte anzitempo, puó essere considerato una soluzione. Anelato, voluto, espressamente richiesto, ricercato, e finanche  preteso!

Il limite per antonomasia, l’unico vero limite rispetto al  quale ogni altra esperienza del limite non é che un segno, un’anticipazione se volete, un presentimento che ci tocca nella carne,  ci entra nella mente, nel cuore,  e ci ricorda violento che il tempo non va sprecato nella vuota attesa che prima o poi qualcosa di sensato accada, ma va esplorato, investito, attraversato con coraggio  e in pienezza!

Questa rubrica é una lunga domanda, la grande domanda di chi cerca di capire:

Perché una cultura iper-tecnologica e avanzata giudica la malattia un dis-valore? Quanto valgono veramente i malati? E che posto occupano gli anziani nella societá? I bambini che nascono menomati, malformati, limitati?  Quelli programmati per morire presto  ( si perché ce ne sono davvero tanti sapete)?E quelli che nella vita non saranno mai autosufficienti , ma avranno sempre bisogno di una mano amorevole che si prenda cura di loro, e con delicatezza custodisca quella fragilitá che non smetterá di abbracciarli  nemmeno per  un istante?

Allora? Che  posto occupano per noi : gli “imperfetti”?

Ebbene si!

Esistono persone evidentemente segnate dal limite fin dal loro primo vagito di vita. O forse é meglio se riformulo la frase cosí : esistono persone segnate dal limite , in modo evidente , fin dal loro primo vagito di vita.

Eh si (abbiate pazienza se lo ripeto), perché dal Limite, con maiuscola, siamo tutti segnati, e tutti, udite udite, proprio fin da quando siamo nati!

Probabilmente non sta scritta sul palmo della mano, né sulla pianta del piede, né la troveremo nei fondi di caffè, ma  esiste anche per il “prodotto-noi”, una bella data di scadenza!

Siamo tutti  dei perfetti “im-perfetti”!

E qui entra in gioco il filosofo é vero, suggerendo proprio che una cosa così scontata come la realtà della morte, che inizia a manifestarsi in modo un po più chiaro nell’esperienza del limite per tanti, nella distrattezza ordinaria di quotidianità impegnate ad occupare il tempo( senza mai ascoltarlo),  diventa un’evidenza insopportabile, una sconosciuta da allontanare, un’ospite invadente che non abbiamo invitato, una compagna insopportabile che qualcun’altro ci ha imposto! Un’esperienza traumatica del limite (dal ragazzo che ti lascia, alla morte di un genitore, dalla frustrazione per un lavoro che non arriva all’arrivo invece indesiderato di una  malattia che non hai cercato, ogni volta che insomma il tuo “ideale” viene a scornarsi con una realtà limitante) fa si che percepiamo tutta la nostra esistenza come una colossale presa in giro. Ed è inutile nasconderselo!

Allora non vogliamo darla vinta al produttore sadico che ci ha confezionati a scadenza, che ci ha rinchiusi nel pacchetto di una vita che ci appare  come un piatto succulento, ma sotto sotto, vai a vedere,  é solo un’immonda schifezza, che dà nausea!

Scade, finisce, si guasta …. e buonanotte al secchio (dei rifiuti)!

Mentre la qualità di questo corpo (una macchina che serve solo nella misura in cui é capace di “consumare” e “consumarsi” in  cose e situazioni sempre migliori) diminuisce e ci si avvicina sempre più inesorabilmente al cesto dei rifiuti organici, la delusione aumenta, la distrattezza si alimenta di quel che può, e una paura nascosta vaga impazzita da un locale all’altro!    

La paura, un’altra brutta bestia quella!  

La paura di aver mancato il centro, la paura che forse é troppo tardi per cercarlo, e allora é meglio pensare che l’unico centro possibile , lo stabilisce proprio il tuffo nel cestino dei suddetti rifiuti organici. Che sia almeno un tuffo con stile!

Eppure per il filosofo, cioé per chi ha il coraggio di pensare fino in fondo, per chi ha il coraggio di vivere fino in fondo, questo é un vero peccato!

Ci dicevamo nella puntata precedente, e sopra, che la differenza tra l’essere umano ed ogni altra realtá vivente  é che per l’uomo la vita oltre ad avere una fine, cioé una scadenza (come l’ha un hamburger), ha  sopratutto un fine , cioé un principio infinito di senso (quello che un hamburger, appunto, non avrá mai)!

E abbiamo detto anche, e mi pare fossimo d’accordo, che é nell’orizzonte del senso, e non nell’etichetta arbitraria della qualitá che si gioca l’autentica realizzazione di una vita  umana.

Ma del senso  non abbiamo parlato.

Anche il senso si puó comprenderé in termini culinari sapete?Anche se va fatto con cautela, perché il problema del senso  si presenta nella forma di una domanda  sconsigliata a chi soffre di ipertensione e problemi renali, una questione pungente che é conserva quella che qualcuno chiama : domanda del sale!

Quale  “sapienza”  puó dare veramente “sapore” (tanto per utilizzare il gioco di parole dei latini) all’esistenza dell’uomo, riscattandola dalla logica opprimente della qualitá? Siamo davvero condannati a presentarci sempre  appetibili, obbedendo ad un  modello ideale ( e insesistente) di noi stessi? Cosa o chi, potrá  liberarci dall’ansia di dovere essere sempre “perfetti” e perfettamente in grado di divergere l’attenzione da quel limite che inesorabilmente avanza e ci riveste, come un abito di carnevale, ridicolizzando alquanto l’inclinazione distorta del nostro ego a espandersi in una misura che a un certo punto diventa addirittura imprudente? Quale luogo conserva il senso dell’umano? Dove si misura il valore di una vita insomma?

Il filosofo, inquieto, si agita, ma poi deciso, prende uno specchio e torna a guardarsi intorno. E’ con lo specchio che si riflette!

Sapete che la parola filosofia in realtà è un binomio  greco  che vuol  dire amore (Filia) per la sapienza (Sofia). Ma è anche un “palindromo” , ovvero una frase che si capisce solo se, con un po’ di fantasia, si legge al contrario, utilizzando uno specchio, appunto! Proprio come quelle frasi geniali che inventava la mente privilegiata di Leonardo da Vinci. Se la filosofia  é anche “Sapienza dell’Amore”, come leggerebbe Leonardo,  una persona saggia, una persona non insipida, non nauseata dalla vita, é allora quell’imperfetto che oltre il mito del  benessere o del successo  professionale, al di lá del consumo bulimico di esperienze,  riconosce il senso profondo della vita nell’amore, cioè in quella dimensione dell’essere che lo spinge a vivere oltre se stesso, che gli permette veramente di trascendere quell’orizzonte di plastica rappresentato dal cestino dei rifiuti organici .

Amare ed essere amato, é il desiderio profondo di cui ogni uomo, in ogni fase della sua vita, anche e sopratutto nelle situazioni più difficili e complesse, é portatore.

A questo punto arrivo al dunque!

Se l’imperfezione venisse assunta con normalità, se davvero l’efficentismo cedesse il passo alla cultura della cura, anche la fragilità più marcata scoprirebbe di avere nella società un ruolo determinante, e probabilmente anche quegli imperfetti apparentemente immortali aprirebbero gli occhi all’unico scenario che davvero parla di eterno.

C’e`una rivelazione inattesa che può giungere da una filosofo del palindromo:

Forse la missione sociale più importante di tutte  è propria quella dei malati, degli anziani, di tutti coloro che non sono autosufficienti. Solo a loro infatti é dato di “umanizzare la società”, rivelando agli altri l’essenza stessa dell’umano, “la scoperta del senso  nell’esperienza dell’amore all’uomo concreto, nel suo essere, imperfetto, finito, limitato, non in grado di ricambiare”.

Che sembrano rotti e scomposti, e invece sono una poesia meravigliosa, che riordina il cuore di tutta una società! Ma bisogna riflettere. Bisogna riflettere sul serio!

Questo percorso inizia nella ricerca appassionata del senso! Il servizio ai più fragili e il servizio che i più fragili offrono con la loro sola presenza a chi li accudisce, è in realtà una cura reciproca, una dinamica complementare in cui tutti imparano, tutti servono e tutti crescono. Il grado di attenzione agli ultimi è ciò che stabilisce se una società è sapiente  o è una patria di insensati!

Bisognerebbe analizzare con attenzione il rapporto che esiste tra il malessere esistenziale di tanti e la cura agli ultimi, ai malati, agli anziani, ai limitati che fingiamo di non vedere per non doverci confrontare con il  nostro limite!

Questo articolo avrebbe dovuto parlare diversamente, avrebbe dovuto parlare di Bioetica e Biopolitica in termini semplici ma decisamente più tecnici. E’ invece, alla fine, abbiamo preferito rischiare e dire le cose come ci sembra che siano, che in fondo, il vero problema, l’unico problema, è se in una società veramente c’è o non c’è amore!

Spero possa servire a qualcuno, anche cosí.

A presto!

Simone Tropea