Carmen Hernández: La santità profetica a difesa della «fabbrica della vita»/Parte I
di Elisabetta Pittino
Il 2 giugno 2026 presso il Seminario Redemptoris Mater di Madrid, il Cardinale Arcivescovo José Cobo Cano ha presieduto la solenne sessione di chiusura della fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione della Serva di Dio Carmen Hernández Barrera (Ólvega, 24 novembre 1930-† Madrid, 19 luglio 2016). Un passaggio cruciale, giunto a dieci anni dalla sua scomparsa, che sposta ora l’intera imponente documentazione – ben 70 scatole colme di testimonianze e scritti – al Dicastero delle Cause dei Santi a Roma. Di lei, Papa Francesco ha mirabilmente scritto: «Rendo grazie al Signore per la testimonianza di questa donna, spinta da un sincero amore alla Chiesa, che ha speso la sua vita nell’annuncio della Buona Notizia in ogni luogo… senza dimenticare le persone più emarginate».
Ripercorrere il profilo di Carmen Hernández significa mettersi alla scuola di una vera e propria “santa per la vita”. Una figura dotata di un’intelligenza teologica straordinaria e di uno sguardo profetico capace di smascherare le più subdole derive anti-nataliste e antropologiche del nostro secolo, ponendo al centro del suo annuncio la dignità incommensurabile della donna.
La donna e la «fabbrica della vita»: il cuore teologico di Carmen
Il fulcro dell’intera riflessione e delle catechesi di Carmen Hernández sulla sacralità dell’esistenza risiede nell’insostituibile legame tra la figura femminile e l’origine stessa della vita umana. Con un’espressione forte, suggestiva e volutamente realistica, ripetuta spesso nei suoi interventi, Carmen definiva il grembo materno come la «fabbrica della vita».
Nelle note raccolte nel recente volume di Josefina Ramón Berná, “Cuore Indiviso. Missione e verginità in Carmen Hernández” (Edizioni San Paolo), emerge con chiarezza questa preoccupazione costante: «La verginità si riferisce essenzialmente alla donna. L’uomo la prende come un adattamento, però la verginità è veramente femminile, perché è legata alla fabbrica della vita che è il grembo materno, che non hanno gli uomini».
Per Carmen, l’intero disegno della Rivelazione divina si manifesta ed entra nel mondo attraverso il corpo e le viscere della donna. È lei che reca in sé l’immagine visibile della paternità creatrice e della misericordia di Dio, potendo custodire, vedere e sentire la vita svilupparsi dall’interno. L’uomo, spiegava Carmen, contribuisce alla vita certamente, ma lo fa dall’esterno; la donna, invece, la genera nel proprio intimo, divenendo icona stessa del mistero della creazione.
Proprio a causa di questo immenso valore e della sua intrinseca vicinanza a Dio Creatore, la donna è il bersaglio prediletto delle forze della distruzione. Riprendendo le primissime pagine della Genesi, Carmen spiegava con lucidità disarmante l’accanimento del male:
«Perché il serpente, che è il simbolo subdolo del male, attacca sempre la donna? … Perché la donna ha qualcosa che la rende grande e creativa, come se fosse un’immensa immagine della potenza di Dio: il grembo, la matrice, la “fabbrica” della vita! E così la morte cercherà sempre di dare morte alla donna, per distruggere il piano divino dovrà sempre ingaggiare battaglia con la donna».
L’inganno supremo della cultura odierna risiede proprio nell’introdurre la morte lì dove dovrebbe fiorire l’esistenza. Di fronte alle spinte ideologiche che vorrebbero sfigurare l’identità femminile in nome di un falso progresso, Carmen non usava mezzi termini e alle giovani ripeteva: «Non lasciatevi ingannare da tutta questa propaganda del femminismo… non si rendono conto dell’immensa grandezza della donna».