«L’eco della solidità. La nostalgia del richiamo tra antropologia liquida e postumanesimo»

Quanto è troppo? L’eco della solidità è un tentativo. Oggi affrontare il tema del limite è oltremodo controcorrente e in qualche misura assurdo in un contesto socio-culturale che nel limite scorge il mutevole. L’ideologia del migliorabile crea assuefazione e, come tutte le dipendenze, offusca la volontà insieme alla responsabilità. Ecco allora che il testo, incrocio tra l’indagine filosofica e quella bioetica, mira alla freschezza della mortalità, disegnando una circonferenza che si apre con il problema dell’identità alla luce del pensiero sulla «modernità liquida» del sociologo polacco Zygmunt Bauman, attraversando il perché della bioetica, prendendo come esempio l’inquietante scenario del Transumanismo e del Postumanismo, chiudendosi nella logica necessità salvifica della finitezza.

Antropologia liquida è la tendenza a preservare se stessi da ogni definizione: rispondere alla domanda su di sé, come ogni staticità, implica inevitabilmente uno scarto. La società odierna sollecita a decidere di volta in volta, disancorati da certezze, solidità e radici, chi essere. Schivinel confronto con qualsivoglia datità (natura, biologia, etica, vita, morte, ecc..)gestiamo il miglior contributo che un uomo può apportare ad un’esistenzasospesa: una libertà fraudolenta. Spesso nel testo viene sottolineato come il dinamismo sia l’unico movimento per giustificare il desiderio di un equilibrio precario, gestito da somme di possibili -antropologici prima di tutto- ciechi, indifferenti alla nuda sequenzialità, dove «nel tentativo di essere tutto, il primo passo è essere qualcosa».  Come l’allargarsi dell’identità umana al limite del tangibile, anche l’estensione di salute e malattia veicolano un pacchetto di “possessi” che l’uomo detiene in costante apertura al perfettibile, al benessere. La scontentezza di queste dilatazioni sincroniche è la pretesa di ricevere come terapia la felicità piena, confondendo i sintomi (veri o fittizi) con il luogo di cura specifico per una potenziale patologia. Molteplici contributi coerenti con questa mutazione, il cui assetto sanitario è effetto diretto della forte crisi antropologica e identitaria, si estendono da queste constatazioni, ma da esso e in esso si riscontra vivamente la traslitterazione dell’uomo da soggetto ad oggetto. L’individuo per poter pretendere da sé oggettifica la sua natura relativizzandola. Come ogni meccanismo anche l’uomo, al fine di giustificare e legittimare ogni poter fare della tecnica, guarda alla sua persona come assemblaggio di elementi quantificabili o valutabili, perciò sostituibili. La preziosità soprannominata efficienza/utilità. Il veloce avanzare dell’innovazione e lo sviluppo del potenziale intellettivo dovrebbe, insieme a questo “lascia passare” ontologico, rendere quotidianamente la meraviglia e la pienezza che tanto l’uomo va cercando. Schizofrenia identitaria e una paralisi agitante soverchiano la prevedibilità restituendo una scontentezza cronica che non può afferrare nulla coerentemente con la sua identità manipolabile. Transumano e Postumano sono due correnti che abbracciano questa spinta insaziabile protesa all’Oltreuomo, ovvero supereroi che aspirano ad essere più umani (human enhancement, robotica, clonazione, IA, ectogenesi, 2045- Immortality Project, ecc..) avvicinandosi alla mortalità per dirsi reali. Il superamento dell’errore, della vecchiaia, della sofferenza, della malattia e della morte è l’humus di una nuova epoca per una nuova umanità che inizia dall’essere umano ma non termina con la finitezza. Apparentemente distante e minimamente reale, di fatto è una cultura già perfettamente insediata in ogni scarto o preferenza per un’ideale di normalità a discapito di quanto non vi rientra. Abbiamo smesso di vedere la potenza della fragilità, testardi vogliamo non pensare alla vulnerabilità, per questo la peggiore guerra che stiamo subendo oggi è quella combattuta contro il diritto di poter essere fragili di nuovo, di essere non-utili.

L’eco della solidità è occasione di sentirsi chiamati per nome e, nell’udire, rispondere con la scelta: c’è ogni cosa di noi fra il tutto della vita e il nulla della morte, ma ci siamo pur sempre noi. Un noi vuoto è immobile. Che peso vogliamo dare alla nostra responsabilità?

Giulia Bovassi