Libertà di pensiero, la democrazia e il “mito della cornice”

In uno dei suoi ultimi scritti intitolato “Il sé, la razionalità e la libertà” , il filosofo della scienza Karl R. Popper, descriveva con ironica lucidità, e  con la disinvoltura terminologica di chi sa e sa, dire il noto: “mito della cornice”.

Il difensore tenace della “società aperta” intendeva con questa definizione “quella visione largamente sostenuta e spesso perfino inconsapevolmente accettata secondo la quale tutti gli argomenti razionali devono sempre procedere all’interno di una cornice di assunzioni, così che la cornice stessa resta sempre al di fuori dell’argomento razionale.” A partire dalla spiegazione di questo principio epistemologico elementare Popper denunciava quel fondo sottile di relativismo che spiega perché una delle caratteristiche del discorso scientifico contemporaneo, o per cosí dire, di un certo tipo di scienza,  sia  la condanna fisiologica ad interpretare la realtà solo “ideologicamente” e mai  in modo critico-oggettivo.

Un mezzo male che, da vizio epistemologico, si trasforma rapidamente in dramma politico, nell’analisi di questo pensatore innamorato della democrazia e pertanto critico verso qualsiasi forma di totalitarismo (anche solo culturale), quando una teoria qualsiasi, forte della sua coerenza logica e svincolata da qualsiasi altro criterio,  scade nella presunzione fatale di essere certezza assoluta, arrogandosi arbitrariamente il privilegio semi-dogmatico dell’infallibilità, colonizzando l’inconscio collettivo fino a rendere impossibile ogni confronto disalienato con una visione delle cose potenzialmente  diversa.

La cornice della maggioranza, nell’epoca iper-demagogica delle “perversioni tristi” si trasforma quasi inevitabilmente in una implacabile garrota,  pronta a soffocare qualsiasi voce contraria allo schema ermeneutico preconfezionato  che  essa stessa veicola. Per questo motivo il consenso, da un punto vista razionale, non è affatto sufficiente a stabilire una democrazia.

“Se tutti i cittadini di una nazione, e quindi di un popolo nella sua più piena totalità, fossero nazisti o stalinisti, avremmo forse una democrazia?” L’osservazione pungente di Dario Antiseri in una sua introduzione a Popper. Per il filosofo italiano, lettore attento del suo collega scomparso nel ’94, “quel che occorre è esattamente il consenso sul dissenso, cioè il consenso sugli uguali diritti di chi la pensa diversamente, e da qui il consenso sulle regole della società aperta”.

In questi giorni, e in realtà da tempo, la superbia ideologica della maggioranza si scaglia violenta contro i sostenitori dell’obiezione di coscienza, e quanti in generale difendono il valore e i diritti della persona umana fin dal primo istante del suo concepimento. In Francia, lo spettro dell’intolleranza si è recentemente incarnato nella tristissima legge che impedisce la cosiddetta “ostruzione al diritto all’aborto”, ovvero la possibilità di proporre teoricamente e soprattutto concretamente, alle donne in difficoltà, un’alternativa valida all’interruzione volontaria di gravidanza. Anche i siti pro-life, come tutte le associazioni che difendono la vita del nascituro, sono oramai illegali. La libertà di esprimere e difendere la propria opinione in merito all’aborto costa, nella patria ipocrita dell’egualitarismo libertario, oltre due anni di carcere. lo stesso dibattito in Italia si nutre di ignoranza e malafede.

L’argomento ideologico che vorrebbe legittimare giuridicamente anche nel nostro paese il divieto ad esprimere una personale reticenza verso l’aborto, inteso come la più facile o addirittura l’unica soluzione al dramma della gravidanza indesiderata, è quello secondo il quale il diritto all’obiezione di coscienza rappresenta un ostacolo per quante vogliono praticare l’aborto o assumere i cosiddetti “contraccettivi d’emergenza”. Un argomento clamorosamente smentito dall’ultima relazione del ministero della salute sull’attuazione della legge 194 (quella che in teoria definisce le norme per la tutela sociale della maternità ancor prima che il diritto all’IGV), firmato dal ministro Lorenzin. Dal documento in questione emerge infatti la tristissima irrilevanza del numero dei medici e del personale sanitario obbiettore rispetto al rapporto tra gli aborti richiesti e quelli concretamente realizzati nel nostro paese. È uno scontro tra la dittatura del pensiero unico, culturalmente pervasiva e indifferente ai fatti e l’autentica democrazia, che è sempre un’inquietudine sociale meticolosamente attenta alla realtà, quello che si cela in questa tensione politica che sta prendendo una piega irreversibile a causa della superficialità e distrattezza dei più.

Urge un esercizio  di perplessità, come direbbe Martin Buber. Un’analisi matura che implica uno sforzo di lucidità e coraggio per quanti, anche nella più che legittima diversità di vedute, intendono difendere la libertà di pensiero per ciò che è: un valore fondativo e inalienabile della democrazia. Ritenendolo a ragion veduta l’unico antidoto valido contro ogni forma di vecchia e nuova espressione di prepotenza ideologica.

Non sono paroloni, slogan triti e ritriti ad uso e consumo di pochi lettori già interessati al tema, ma una necessaria provocazione per quanti si rendono conto del fattoche qualsiasi confronto, qualsiasi tentativo di dialettica politica sui temi legati alla vita, risulta essere in partenza un inutile sforzo, strutturalmente inefficace, perché aprioristicamente ingabbiato in una fitta rete di pregiudizi edogmi sentimentalistici che impediscono una lettura razionale, scientificamente fondata, quindi realmente libera dei problemi in questione. E’ necessario un cambio di approccio a più livelli, primo fra tutti quello mediatico. Quanti amano la libertà di pensiero e sono disposti a difenderla con le unghie e con i denti non possono restare passivi di fronte allo scempio di un totalitarismo grigio che va radicalizzandosi e radicandosi sempre più nell’onnubilata (in)coscienza di massa. I filosofi sanno bene che il pensiero non è scontato, e proprio per questo é prezioso. La coscienza è un terreno instabile, un’argilla che va formata ogni giorno nel discernimento personale. Una facoltà umana da curare ed un’istanza razionale che chiede d’essere sempre, nuovamente attesa. Chi è disposto a farlo, adesso?