Un’ecologia integrale a servizio dell’umano

E mi ero qui particolarmente soffermato a mostrare come, se ci fossero macchine del genere, che avessero gli organi e la figura di una scimmia, o di qualche altro animale privi di ragione, noi non avremmo alcun mezzo per riconoscere che non sono in tutto della stessa natura e specie di quegli animali (Cartesio, Discorso sul metodo)

Da quando il filosofo e scienziato Cartesio pubblicò il suo discorso circa quattro secoli fa le nostre idee sulla scienza e sulla natura dell’universo inanimato e vivente sono cambiate molto. Eppure l’intuizione fondamentale di Cartesio sopra riportata rimane. Ci sono solo due realtà nell’universo, il pensiero e l’estensione. La prima si trova soltanto nell’essere umano (Dio e angeli a parte), strano essere che racchiude in sé l’universo fisico e quello del pensiero. La seconda spiega, assieme al movimento, tutto ciò che esiste nell’universo, pensiero a parte.

Per questo motivo persino il vivente, che chiamiamo essere animato, non è nient’altro che una macchina straordinariamente complessa nella quale puri rapporti meccanici, grandezze fisiche misurabili e sostanze in movimento, spiegano tutto. Spiegano tutto così bene che se costruissimo una macchina che svolge le funzioni di una scimmia e ne ha la figura esteriore, noi non riconosceremmo la macchina da una scimmia “in carne ed ossa”.

Oggi la prima conseguenza di questa mentalità ovvero la totale mancanza di rispetto della vita animale è, fortunatamente, limitata, almeno nelle intenzioni. In Occidente ad esempio l’uso dei primati non-umani nella ricerca è fortemente ristretto e sottoposto a regole stringenti. La seconda però è più seduttrice: se l’animale è solo materiale allora l’uomo non può esserlo allo stesso modo? Non è forse anche l’uomo un animale? Pratiche tecnologiche che producono l’essere umano inserendolo peraltro in protocolli che giungono all’obiettivo lasciando dietro a sé una scia di “prodotti incompiuti”, di “materiali non adatti”.

Il grave pericolo etico di queste pratiche è e dev’essere oggetto di serena, ma tenace lotta. Radicalmente necessaria è, però, una ricalibrazione dell’orizzonte nel quale pensiamo l’uomo e l’ambiente in cui vive. La linea cartesiana separa in maniera irriducibile ciò che è tipicamente umano (pensiero e linguaggio) da tutto ciò che è fisico-meccanico ed è all’origine di visioni scomposte. In alcune l’uomo è puro materiale al pari di ogni altra cosa nell’universo, in altre l’uomo è dominatore di un universo che è pura fonte di strumenti per il suo dominio, in altre ancora, per reazione, l’uomo è la minaccia principale per il mondo dei viventi.

Dal pensiero biblico-cristiano emerge un’altra visione possibile. L’uomo è preceduto da una terra che gli è affidata come fonte di beni allo stesso tempo che come oggetto di custodia. Le “rozze” (da un certo punto di vista) immagini letterarie dei racconti creazione trasmettono una visione dell’uomo unificata. Un uomo a cui sono riconosciuti speciali capacità e prerogative con pari responsabilità, ma allo stesso tempo in profondo legame con il mondo dei viventi. È un potente richiamo ad un’ecologia integrale, così come leggiamo nella Laudato si’ (cap. IV) di Papa Francesco.

Il richiamo “ecologico” non è soltanto un richiamo alla cura ambientale, per quanto essa sia sommamente necessaria. Paradossalmente è un richiamo ad un antropocentrismo (pur fondato teologicamente) che è radicalmente fondamentale nell’epoca della clonazione e degli “embrioni chimera”: possibilità enormi, ma ancora potenzialmente ambigue. Riconoscere la centralità dell’essere umano significa riconoscere che la cura e la difesa dell’uomo è la centrale responsabilità del nostro tempo (e di ogni tempo).

Perché, però, voler marcare la continuità e contiguità con il mondo vivente e con l’ambiente circostante, che è ormai l’intero pianeta? La necessaria cura del “creato”? Non è cedere ad istinti di deprezzamento dell’umano? Al contrario: significa rilevare il valore del mondo animale e dell’ambiente e la nostra responsabilità di riconoscere che i viventi non sono puro materiale per lo sviluppo del dominio umano. Se l’uomo è (anche) un animale allora anche l’uomo non deve coltivare per sé prometeiche aspirazioni di auto-creazione, ma prima di tutto proteggere, custodire e far crescere ogni essere umano precisamente in quanto fatto di terra ovvero bisognoso di cura e protezione.

Un ritorno alla natura non può essere a scapito dell’essere umano, che è parte del mondo con il compito di coltivare le proprie capacità per proteggerlo e svilupparne le potenzialità. Se riconosciamo il valore e la fragilità della natura, e allo stesso tempo le capacità che il Creatore ci ha dato, questo ci permette oggi di porre fine al mito moderno del progresso materiale illimitato. Un mondo fragile, con un essere umano al quale Dio ne affida la cura, interpella la nostra intelligenza per riconoscere come dovremmo orientare, coltivare e limitare il nostro potere (Francesco I, Laudato si’ n. 78)