L’Uomo comune, tuttologo del web

Come il linguaggio dei media ci condiziona a pensare con la mente di un altro, rieducando la coscienza

L’Uomo comune rivolge lo sguardo allo specchio prima di uscire, ingoiando al volo un caffè; si sistema, non si piace, rimane inquieto passando da un pensiero all’altro. Due mazzi di chiavi, con uno chiude la porta: la casa, lo spazio privato, è al sicuro. Saltando scende le scale, fa suonare il pulsante di apertura delle altre chiavi, sale in macchina, accende la radio e pian piano, rilassato, allenta la presa del volante: la musica gli rimbomba nelle orecchie, e al ritornello di Occidentali’s karma spalanca la bocca in un sonoro, nonché liberatorio: «Namastè, alè!».

Subito dopo arrivano pillole di notizie brevi, penetranti, che senza avvertire l’Uomo comune passano la frontiera della ragione, e così lui, ignaro di essere creta nelle mani di qualcuno, comincia a dare una certa piega al proprio pensiero.  

Le news incalzano. Cantanti, attori hollywoodiani e politici collezionano carte di credito e svariati compagni con cui sciolgono unioni, si riaccoppiano, hanno d’abitudine rapporti occasionali paragonabili per valore ad una stretta di mano, arrivano ad acquistare ad un prezzo mai troppo elevato infanti indifesi presso negozi accreditati con tanto di cataloghi dove scegliere le fattezze del pargolo come nel gioco per computer The Sims. Tutto normale, dicono.

L’Uomo comune sente parlare di «famiglia tradizionale», come fosse una realtà medievale, come consistesse nel frutto avariato di un linguaggio e di un sistema conservatore superato, ben distinta dalle «famiglie» fondate sulla libera relazione tra partner, basate su ripensamenti, allargamenti, ruoli scambiati o intercambiabili tra i sessi. Incredibile paese della cuccagna! Tutto è lecito, pensabile dunque possibile;  «l’uomo è misura di tutte le cose», come andava affermando un filosofo duemilacinquecento anni fa, e seppure con il cristianesimo l’umanità aveva superato questo ingenuo relativismo, ora ci ha raggiunto con una rimonta clamorosa.

L’Uomo comune, ascoltando ondate di parole, comincia a formulare un giudizio feroce sui legami che ha, sul matrimonio, sui figli che vorrebbe avere o avere avuto, sul lavoro che richiede onesta, ripetitiva fatica, mentre lui vorrebbe fare come tanti e trasformarlo in disonesto dolce-far-niente (perchè no? è suo diritto!). Ed è allora che si interroga dove stia sbagliando.

Si connette annoiato più e più volte ai giornali on-line (ascolterà le medesime, identiche notizie la sera in TV) e a Facebook, che comincia a lusingarlo con quelle informazioni di nicchia – le ha scovate proprio lui, crede – che si incuneano a perfezione nel suo modo di pensare (ma come faranno a conoscere sempre i suoi gusti, è incredibile!). Post scritti in maniera da attirarlo e che sarebbero palesi tentativi di rieducare la sua coscienza, se solo lui se ne accorgesse.

Si sbandiera un allarme al giorno, come quello dell’ospedale San Camillo di Roma che vivrebbe l’emergenza di non avere un servizio garantito: sono troppi i medici obiettori di coscienza, uomini senza pietà che attentano alla libertà delle donne di voler abortire il feto, essere indipendenti da decisioni altrui, autodeterminarsi. Ma il piccolo, in realtà, ha già trovato accoglienza poco più in basso del cuore della madre, ha con lei scambi continui e muove veloce tutto se stesso per aprirsi pienamente alla vita. L’Uomo comune lo saprebbe se solo ragionasse sul modo in cui lui stesso è venuto al mondo.

Intanto i media sentenziano che sono troppo pochi i cosiddetti medici pro choice («per la scelta») i quali, a ben vedere, infaticabili come sono nel recidere la vita, sono reclutati per fare un lavoro improbo: collaborare, magari inconsapevolmente ma in maniera purtroppo efficace, a un obiettivo, la denatalità del paese. Comunque è sottinteso dal linguaggio dei media che, mentre loro sono i paladini della libertà, gli altri ne sono nemici giurati.

L’Uomo comune ritiene questo inaccettabile e comincia a covare una ribellione sempre più vigorosa nel suo animo, del tipo che neppure i sanculotti durante la Rivoluzione francese arrivavano ad avere: combatterà contro questa che percepisce come ingiustizia, lotterà perchè chiunque possa interrompere gravidanze a piacimento e anche togliersi la vita, ma potrà d’altro canto usare la chimica per concepire a qualsiasi età, congelare cellule che impiantate quando, dove, come o forse mai, potranno invece far nascere una creatura a un suo comando; dirà sì a segmentare il concepimento usando ovuli presi qua, spermatozoi presi là, inseriti nel grembo di una donna che non è più madre ma è un mero «forno», come ha sentito dire in un celebre programma televisivo. Sì, si batterà per questo e scriverà post al vetriolo sulle bacheche di chi oserà dire il contrario.

Eppure Gabbani, il cantante sanremese, lo aveva avvertito con la sua Occidentali’s karma che al giorno d’oggi siamo «tutti tuttologi del web, coca dei popoli, oppio dei poveri», e che il pericolo di pensare con la mente di un altro corre via wifi.

Antonietta Rossi

Antonietta Rossi vive con marito e figli a Roma dove lavora come insegnante di lettere nelle scuole superiori; ha partecipato a diversi Viaggi della Memoria ad Auschwitz, Birkenau e presso la Foiba di Basovizza; ha aderito alle iniziative del Movimento per la vita e dell'associazione Donacibo. Email: antonietta.rossi@vitanews.org