Le declinazioni della maternità
Casa Betlemme: la missione dell’ostetrica Flora Gualdani
di Davide Zanelli e Marina Bicchiega, coniugi oblati nell’opera Casa Betlemme
Flora Gualdani ha esercitato “il lavoro più bello del mondo”: far nascere i bambini e aiutare le donne a diventare madri. La prima volta nel Natale 1955 a Firenze da allieva ostetrica tra il reparto maternità e l’Istituto degli Innocenti. Poi almeno altre cinquemila volte, attraversando epoche storiche e diventando un’autorità nella sua professione dentro la sanità pubblica. Ma è nel nascondimento della vita privata che ha realizzato le cose più incredibili. Flora appartiene a quel “nuovo femminismo” di cui parla Evangelium Vitae, rimanendouna figura «fuori dagli schemi» perché ha usato il genio femminile in modo tutto suo.
Le maternità difficili
Usò il suo terreno per costruire casette (Casa Betlemme) dove ospitare le ragazze madri. Tanti casi sociali, storie indicibili di umana catarsi dove ha visto “rifiorire l’impensabile grazie a quella faticosa maternità”. L’amore di quel figlio innocente è stata “la loro terapia”, l’inizio di un riscatto sociale. Tra gli innumerevoli colloqui e l’accoglienza, Flora dal 1964 ha tolto dalla pena di morte qualche centinaio di piccoli innocenti ma altrettante donne hanno scoperto “la libertà di non abortire”. Nessuna è tornata da lei pentita di aver accolto la vita: né la donna vittima di violenza né la prostituta. Tra i casi limite c’è anche l’undicenne incinta vittima di incesto, accolta in rete con i servizi sociali. Quando arrivò il MpV lei avviò una collaborazione intensa e capillare con il CAV dando un’impronta al mondo prolife aretino. Con Carlo Casini fu un’amicizia feconda. Flora nella sua utopia concreta ha dimostrato che il bene si può fare bene anche senza soldi, cioè senza attivare convenzioni economiche con le istituzioni, in una scelta evangelica di totale gratuità che per lei significava la follia della povertà ma anche tanta libertà.
Le maternità negate
Si è presa cura pure di quelle donne che non se la sono sentita di accogliere il bambino e l’hanno “restituito al Mittente”. E quando sono tornate, magari dopo decenni con i capelli imbiancati, a confidarle un tormento che non passava, le ha ascoltate accogliendo il loro dolore. Così ha aiutato in silenzio tantissime donne (dall’operaia all’avvocato) a ritrovare la pace e il legame con quel figlio non nato, usando una sua ricetta che si basa sullo sguardo della trascendenza: “generare è più grande che distruggere” e Dio porta a compimento i germogli recisi sulla terra. Lavoro immenso ed efficace di accompagnamento sul trauma post-aborto, condensato nella sua “Lettera ad una donna ferita”, pubblicata da Costanza Miriano.
La maternità senza frontiere
Costruito il suo “ospedale da campo” per la maternità, ha anticipato la “Chiesa in uscita” verso le periferie esistenziali. Con un pò d’incoscienza usava le ferie per andare negli angoli più poveri della terra dove c’era più bisogno, in un suo personale “servizio alla maternità senza frontiere”: dall’Africa all’India, dalla guerra in Cambogia a quella in Bosnia. Avventure non solo per aiutare le gestanti nelle emergenze umanitarie ma anche per osservare come era trattata la maternità in altri contesti culturali. Visitava missioni e ospedali confrontandosi con gli operatori sanitari, anche nei paesi ricchi.
La maternità e paternità responsabile
La sua esperienza dà conferma a Magistero e letteratura medica: la vera prevenzione dell’aborto non passa dalla contraccezione ma dall’educazione all’amore e da una visione diversa della sessualità. Flora aprì una scuola di formazione definendola una piccola “università dell’amore alla persona, con facoltà della vita”, ispiratale da S. Teresa di Lisieux. Un luogo dove si sono preparate generazioni di giovani e famiglie cristiane ma anche operatori sanitari e consacrati. Per aprire questa scuola di vita andò ad aggiornarsi al Policlinico Gemelli incontrando docenti come Anna Cappella e Wanda Połtawska, i Billings e Lejeune, Sgreccia e Caffarra. Ha tessuto legami tra il piano pastorale e quello accademico. L’obiettivo era formare formatori e “istruire gli ignoranti”, opera di misericordia spirituale sul Vangelo della vita: facendo tanta divulgazione e sensibilizzazione sulla procreatica ovvero alfabetizzazione bioetica, teologia del corpo e procreazione responsabile. Flora insegna che l’embrione è uno di noi, che è sacra la vita ma è sacro anche il gesto che la consente. Predica la “sacralità della fisiologia” cioè la meravigliosa sapienza con cui il Creatore ci ha plasmati “anche dalla cintola in giù”. Dopo la de-medicalizzazione del parto e della gravidanza, e dopo la riscoperta dell’allattamento al seno, la prossima tappa che chiuderà “il cerchio della vita” è la de-medicalizzazione nella gestione della fertilità: “la contraccezione è una proposta vecchia e anche la provetta non ha futuro. Il futuro è dei metodi naturali. Ne va della qualità dell’amore ma anche della qualità della generazione. Perché la natura non tollera a lungo la violenza, neppure sulle nostre ovaie”.
La maternità affidataria e adottiva
Lei afferma che, tra tutte le forme di maternità, quella affidataria è la più grande e più faticosa perché devi dedicarti anima e corpo ad un bambino speciale amandolo come fosse il tuo ma con la consapevolezza che dovrai consegnarlo ad altri genitori. Flora lo ha vissuto personalmente collaborando a lungo con il Tribunale per i Minorenni: tanti bambini venuti dall’abbandono o dalla violenza, storie toccanti. Uno, malridotto, era sopravvissuto ad un aborto tardivo. Un’altra era figlia di una prostituta malata che aveva accettato la proposta di Flora per il parto in anonimato. Un’altra doveva restare con lei qualche mese invece è rimasta trent’anni divenendo di fatto sua figlia. Mamma Flora riassume così: “il mio utero non vi ha generati ma non per questo vi ho meno amati”.
La maternità spirituale
Ha seguito la pista di un’intuizione fondamentale: fertility awareness e teologia del corpo sono un servizio alla persona prima che per la coppia. Così ha portato per decenni questa formazione anche dentro i conventi e i monasteri in giro per l’Italia, producendo frutti meravigliosi. Lei insegna che “ogni donna deve sentire di appartenere a qualcuno: ad un marito o a Cristo. E ogni donna deve gioire di sentirsi femmina, sposa e madre: tre dimensioni che devono andare in armonia. Ciò vale anche per la suora, se vuol essere capace di tenerezza nella sua scelta di oblazione”. Perché la donna “è visceralmente madre: nella mente, nel cuore e nel corpo”. La maternità è “realtà ontologica, sostanza profonda della natura femminile”. Flora si è prodigata per spiegare a suore e sacerdoti la grandezza di ciò che offrono con il loro corpo consacrato, sostenendoli e motivandoli nel valore basilare della castità. Padre Maurizio Botta afferma che lei esprime “una maternità potentissima”. E siamo in molti a considerarci figli spirituali di questa donna.
La maternità della Madonna
L’opera di Flora si muove tra azione e contemplazione, nel carisma di una formidabile armonia tra scienza e fede. Nello statuto ecclesiale di Casa Betlemme il fondamento è la contemplazione del mistero dell’Incarnazione e l’esaltazione della maternità di Maria. Fedele all’Adorazione quotidiana davanti al tabernacolo nella sua cappellina, Flora in mezzo secolo ha distillato una meravigliosa catechesi intitolata “La grandezza della maternità: nella Madonna e in ogni donna”. Partendo dal Vangelo di Luca, sono meditazioni ostetriche sulla dinamica dell’Incarnazione: un contributo alle avanguardie della mariologia toccando anche il piano della mistica. La catechesi fu tenuta nel 2016 a Roma davanti a un gruppo di sposi guidati da padre Maurizio Botta che rimase scioccato dalla profondità della lezione. Dopo aver letto il testo pubblicato, il cardinale Caffarra la definiva “semplicemente stupenda”. Fu replicata l’anno successivo in Liguria su invito del MpV del Tigullio e anche lì Flora infuocò la platea davanti alla tv diocesana.
Lo scorso anno sulla rivista Il Timone è uscito un articolo dove il prof. Giulio Fanti porta avanti la medesima intuizione di Flora ipotizzando anche lui un affascinante collegamento tra il telo della Sindone e il dogma della verginità di Maria. Entrambi citano santi e Padri della Chiesa insieme alla Valtorta. Mentre lui da ingegnere parla di fotoni, energia e trasparenza della materia, Flora da ostetrica riflette sull’ovulo e l’utero di Maria. La definisce “perfetta Regista della storia e di ogni storia”, lei e suo Figlio sono “gli inseparabili”. In Maria “si ricapitola ogni maternità”, ma nessuna come lei ha provato le profondità del dolore: “capace prima di espropriarsi del suo Bambino neonato per deporlo nella mangiatoia, quale pasto a nutrimento dell’umanità intera. E, dopo, rimanere in piedi sotto la croce per sostenere quel Figlio nell’obbedienza totale”.