Gianni Vezzani, l’imprenditore per la Vita
di Antonella Diegoli, presidente FederVita Emilia Romagna
Lui era lì. Avevi bisogno? C’era. Battuta pronta, sguardo ironico, sorriso sornione sotto i baffi, ma pochi peli sulla lingua (piuttosto taceva). Ripercorro in queste ore la strada fatta in questi 34 anni. Tante tappe condivise, fra telefonate e incontri al volo. Non solo per il Movimento per la vita, perché Gianni aveva la particolarità di vedere subito la risoluzione del problema che gli ponevi e questo mi è stato utile anche per le situazioni vissute nel mio paese, raggiungibile dalla sua azienda in poco più di un’ora. Come quel 23 maggio 2012, tre giorni dopo il devastante terremoto con epicentro a 1 km da casa mia. “Gianni, qui le chiese sono tutte inagibili, serve un tendone per la messa di Pentecoste, che il vescovo vuole dire qui. Dopodomani insomma”. “Trova dove metterlo, domani arriva”. Detto fatto, tra la meraviglia del parroco e dei finalesi.
L’esperienza del terremoto dell’Emilia ci ha portato a collaborare in quello del centro Italia: “Gianni devo passare per Muccia e vedere il sindaco, prima di arrivare a Roma (c’era un direttivo del MPV a cui avremmo partecipato entrambi), mi accompagni?”, “A Roma dobbiamo andare, la deviazione è poca cosa, ma cosa ci vengo a fare io, mi spieghi?”. “La Provvidenza. Chiedi a lei”. Lo scoprì.
Correva con le sue auto di grossa cilindrata, potenti e stabili. Due i viaggi memorabili, oltre a quello citato. Il primo a Loreto, per partecipare al convegno nazionale dei CAV. Lui al volante, al suo fianco Giacomo Gaddoni, l’amico di tante avventure per la vita, io dietro, felice di sentirli ridere e scherzare. Nessun peso per quelle tante ore in auto (mi pare di ricordare andata e ritorno in giornata), una splendida avventura. L’ultimo, pochi mesi fa, di ritorno da un’assemblea regionale di FederVita che avevo voluto proprio da Giacomo, a Castello, e alla quale gli avevo chiesto il favore di partecipare (anche se non più attivo nel Movimento, restava comunque collegato e disponibile). Favore che aveva trasformato in privilegio proprio per la gioia di rivedere gli amici e condividere nuovi passi.
Ma il primo incontro fu nel 1992, al capezzale di Andrea Rimondi, eccezionale presidente della prima federazione regionale dei Centri e dei Movimenti per la Vita. Ci ritrovammo poi, e ci abbracciammo, Gianni, Giacomo ed io, in quel cimitero ordinato e luminoso, con tanti altri amici che imparai a conoscere poco alla volta: Maria Martelli, Mario Rimondi, Angela Porcarelli, Angela Fabbri, Andrea Taddeo e il suo braccio destro nel Movimento come nell’azienda, Diego Noci. In seguito, con un vero tiro mancino, mi infilarono nel direttivo regionale e quindi, nel 2006, in quello nazionale.
Impossibile dimenticare anche quel momento, presso il Santuario di Santa Maria degli angeli, a Villa Obici, per uno degli eventi organizzati dal nostro neonato Movimento locale. Era stato un “Non vengo, troppa preghiera”, poi era arrivato con Maura, sua moglie. “Cosa fai qui?” Risposta secca: “Non potevo non venire. Ieri mi sono ribaltato col trattore, come vedi sono illeso. Sono entrato in casa e la prima cosa che ho visto è stata l’invito. Mi ha salvato Lei, non potevo mancare”.
Onesto e leale, indipendente da simpatie e correnti varie, quando approdò a Fondazione Vita Nova lo fece con estrema consapevolezza e cautela. Ricordo benissimo alcuni direttivi nazionali del MPV ai Salesiani e le telefonate per chiedermi pareri su questa o quella cosa e per informarmi dei progressi o delle scoperte (“Ehi, ho conosciuto una, Antonella come te, qui a Milano, a Progetto Gemma. È in gamba eh? Si vede che il nome…” “Ma piantala Gianni! Il nome non c’entra, poi me la presenti quando ci vediamo”). E come con me ha fatto con altri che reputava degni di ascolto e di opinione, arrivando con determinazione ad un cambio di passo: la Fondazione prese il largo. Ci fu un evento memorabile a siglarlo, che volle con la mia presenza (quale autrice del libro donato ai presenti L’amore cambia tutte le cose, ripubblicato proprio in questi giorni) in un mattino di primavera, a Roma, col cardinal Ruini. Venne poi, come per tanti altri, la collaborazione per diffondere la best practice dell’adozione a distanza di mamma e bambino.
Staccatosi da quell’impegno, lo ritrovai vicino per il miglioramento pubblico e privato del mio sconquassato paese: dagli interventi di salvataggio del parco centenario di una villa, al riassetto del prezioso Horto degli Ebrei, dalle iniezioni di cura (praticamente gratuite) per le querce del parco del seminario alla piantumazione delle protezioni per la scuola materna parrocchiale, fino all’ultimo lavoro, terminato con destrezza e competenza da pochi mesi: la nuova piazza di Finale Emilia.
Infine, una grossa mano l’ho avuta per l’annosa questione, ancora non risolta, dei cosiddetti “Diavoli della Bassa” conosciuta anche come Veleno. Gianni e Maura mi hanno aperto le porte di casa loro perché potessi incontrare prima un loro amico sacerdote e poi un affidatario e raccontar loro (da testimone della prima ora) le origini di quella storia terribile del ’97. Un atto di giustizia che speravamo potesse portare ad un ricongiungimento.
Ho avuto la sua fiducia, un riconoscimento del quale sono profondamente grata due volte: per avermi voluto come presidente di federazione e per l’amicizia dimostrata negli anni.
Per me è stato un po’ il fratello maggiore che non ho avuto. Mio marito, alla notizia, ha commentato: “Un amico vero, forse il migliore… mancherà molto”.