Costruire la Chiesa – 3 considerazioni sul prossimo sinodo dei vescovi

Leggendo con attenzione lo strumento preparatorio sul sinodo dei vescovi del 2018, cha ha come tema “i giovani,la fede, e il discernimento vocazionale”, non è possibile non notare un aspetto fondamentale che caratterizza questa generazione di credenti. Ovvero: il desiderio e la ricerca di un’esperienza di fede autentica che non si accontenta piú, grazie al Cielo, di aderire in modo asettico ad una certa tradizione culturale, e rifiuta categoricamente di vedere nella Chiesa la mera infrastruttura religiosa di un certo sistema sociale .
In linea di massima, le tre dimensioni del discernimento (segni dei tempi, morale, personale), sulle quali è stato chiesto a tutti i giovani insieme ai loro pastori di riflettere, richiedono di sostare su tre livelli fondamentali dell’esperienza dei cristiani di oggi. Tre livelli di riflessione che possiamo considerare seguendo un ordine ascendente e che per comoditá espositiva declineremo in forma di domanda e
risposta.

 

I. A Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio

 

La prima riflessione infatti potrebbe suonare cosí: quanto è presente nelle giovani generazioni di credenti, e anche nei cattolici più adulti, quella che papa Francesco nell’Evangelii Gaudium chiama “la consapevolezza delle implicazioni sociali del Kerigma?”

Declinando la questione in senso propositivo potremmo chiederci piú espressamente: non sarà forse il caso di elaborare un metodo catechetico pastorale, sempre necessariamente aperto e perfettibile, perché naturalmente da adattare al contesto socio-culturale concreto in cui vive una particolare comunità cristiana, attraverso il quale offrire la possibilità di maturare il sentimento di quella che D. Bonhoeffer definisce “la corresponsabilità storica del credente”?

Si tratta di verificare in profonditá le modalitá in cui il Vangelo, accolto ed esperito come orizzonte sempre inedito, come infinita possibilità di pienezza per la vita di ogni singolo uomo e di ogni singola generazione di uomini che vivono ed operano in un presente concreto, appaia effettivamente come una pro-vocazione ad elaborare soluzioni storicamente feconde di fronte al dramma dell’ingiustizia, della diseguaglianza, della prevaricazione, del rancore e dell’invidia sociale. Realtá oggettive  che si trasformano in lassismo, ipocrisia, arrivismo egotista, cinismo e violenza, disattenzione verso gli ultimi, gli anziani, i malati, chi non ce la fa a seguire il ritmo frenetico del cambiamento d’epoca che ci coinvolge tutti.

Concretamente, come vivere questa dimensione a livello individuale e comunitario? Quali mezzi vengono impiegati, a partire dalle modalità in cui si insegna il catechismo, per offrire ai giovani una conoscenza minima ed un’elementare capacitá di declinare i tesori della Dottrina sociale della chiesa nelle situazioni concrete in cui ci troviamo a vivere,che rispondono sovente a logiche contrarie o comunque aliene a quella evangelica della gratuitá e del disinteresse, cioè della Caritá? Logiche che ripudiano il senso eucaristico della vita e la possibilità di spendersi generosamente, senza ottenere benefici e vantaggi personali, ma solo per gustare  la gioia di costruire percorsi di autenticità e di bene nel tempo, promessa di quella pienezza futura che è il segreto della nostra serenità e l’origine ed il culmine del nostro desiderio?

Come annunciare “laicamente” l’esperienza della gratuitá dell’amore di Dio, che sappiamo essere il cuore della realtà stessa e la condizione unica per un’esistenza non giocata in difesa, ma disposta anche a sopportare il male ricevuto trasformandolo in benedizione per tutti coloro che ci vedono?
Come coniugare la libertá interiore è l’impegno fattivo per la promozione integrale della persona umana con la necessitá di provvedere alla sopravvivenza spicciola in un contesto segnato dall’ingiustizia, dalla disattenzione pratica verso il dramma della disoccupazione, della dispersione dei talenti, dell’apatia?

Penso all’esempio di sant’Antonio da Padova, le misure contro l’usura che seppero sviluppare i suoi frati, alla schiettezza di san Francesco da Paola, alla lucidità e all’impegno instancabile di Caterina da Siena, e a mille altri testimoni anche storicamente piú vicini a noi. E’ superfluo infatti scorrere l’elenco dei cosidetti “santi del sociale” , da Camillo de Lellis a Filippo Neri, ancor prima dei torinesi, da don Bosco a Federico Ozanam, spaziando anche in un perimetro che travilca i confini dell’Italia.

Bisogna tornare a proporre strumenti concreti alla società, più che linee teoriche generali, interessantissime, ma tendenzialmente inefficaci se lasciate nell’ambito della pura teoria. A questo proposito è necessario che la gerarchia soprattutto sappia riconoscere, valorizzare e promuovere con tutti i mezzi possibili, e mettendo da parte altre questioni, quelle iniziative di formazione politica, d’economia solidale, di commercio equo, di giustizia riparativa e di aperta e fattiva denuncia contro le strutture di peccato che ingabbiano la nostra società, che da più parti, originano dal basso. Come nota attentamente il documento preparatorio. Iniziative che chiedono attenzione, cura, accompagnamento spirituale e materiale.

Le settimane sociali di Cagliari, sono un segno di speranza in questo senso, e un impegno grande davanti a Dio ed agli uomini che si assume la Chiesa italiana, sotto la guida illuminata del card. Basetti.

Bisogna valorizzare i giovani portatori di una visione veramente alternativa, i giovani che sanno relazionarsi alla realtà con uno sguardo redento, uno sguardo  che ha incrociato quello del Signore risorto, e  si è lasciato innamorare ed entusiasmare dai suoi occhi pieni di caritá, di zelo per i fratelli.

 

II. Sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo

 

E qui veniamo direttamente al secondo punto.

E’ chiaro (e se si quanto e in che termini è chiaro) che  le esigenze “morali” del vangelo sono la conseguenza, e non il punto di partenza dell’esperienza dell’Amore di Dio che rifulge sul volto di Cristo crocifisso e risorto?

Quali strumenti abbiamo come Chiesa per una sempre maggiore comprensione di questo mistero di bellezza e di vera libertá, e per una sempre più profonda esperienza, personale e comunitaria, della presenza del Signore Risorto nella nostra vita?

Certamente ne abbiamo molti, sicuramente almeno sette: i sacramenti.

Vanno segnalati due aspetti sempre a partire dall’atteggiamento propositivo che vuole avere questo contributo. Da una parte: urge una catechesi ben strutturata, in cui si offra ai giovani la possibilità di sviluppare veramente“un’intelligenza sacramentale”, in cui vengano spezzati anche i segni e la storia della liturgia e di quelle che un tempo si chiamavano “pratiche devote”. Adorazione eucaristica, rosario, giaculatorie, meditazione della Scrittura, ecc. . Ereditá benedetta di generazioni di credenti che altrimenti rischia davvero, in un tempo saturo di vacuitá che ci chiede di andare alla sostanza delle cose al di lá di ogni puro formalismo, di perdere ogni significato.

Bisogna che si offrano gli strumenti per una lettura personale delle Scritture che sia peró allo stesso tempo ecclesiale, mancando una mentalità sacramentale, manca infatti necessariamente anche una “mentalità autenticamente ecclesiale”, cioè consapevole della natura della Chiesa, che è mistica e sacramentale, e non istituzionale.

A questo proposito forse sarebbe opportuno colmare quel vuoto pastorale che sovente si presenta in moltissime realtà ecclesiali dopo la tappa del sacramento della cresima. Ogni parrocchia e comunità, come sottolineato da molteplici documenti pastorali, dovrebbe avere un’equipe, possibilmente costituita da coppie sposate insieme a  consacrati/e, accompagnati da un presbitero e magari anche da laici attivamente impegnati nella vita pubblica, che si preoccupino di accompagnare i giovani nella fase più critica della loro vita decisionale: tra i 15 ed i 25/30 anni. L’esempio e la prossimità oggettiva ai ragazzi sono le vie più dirette ed efficaci per aiutare il loro rapporto con l’esigenza esistenziale del fare scelte concrete. La preghiera, l’esperienza comunitaria, il servizio ai fratelli come risposta all’esperienza dell’amore di Dio, che è relazione, e ci innesta in una famiglia di figli  nel Figlio, includendoci per mezzo del suo Spirito Santo nelle profonditá delle relazioni trinitarie, nella vita stessa di Dio, che è la Caritá oltre ogni ragionevole paura, sono il punto di partenza per l’acquisizione di uno stile relazionale veramente cristiano, uno stile, un modo di fare, un’attenzione costante agli ultimi, che è riverbero della tensione costante di Cristo verso di noi.

La vita morale cristiana è, in fondo, quella di chi vive ordinatamente il proprio mondo relazionale, chi ha quindi una relazione equilibrata, libera e feconda con se stesso, con gli altri, con Dio. Se si cade nell’inganno dell’individualismo spirituale, alla vita morale manca il suo criterio fondamentale. Antropologicamente parlando, la categoria più in crisi nel nostro tempo è proprio quella della relazione. A questa crisi, cosí patente, non siamo chiamati a dare soluzioni chissà quanto originali, siamo piuttosto sollecitati a rispondere mostrando la nostra vocazione profondamente originaria : essere Chiesa. Comunitá di persone che si conoscono, che si perdonano, che nella Caritá sanno trasformare in benedizione i limiti di ognuno. Senza moralismi, senza frasi fatte ne ipocrisie perbenistiche, senza gerarchie sciocche tra” super-cristiani” e tiepidi consumatori occasionali di sacramenti. Essere Chiesa che accoglie, un invito piú e piú volte rivoltoci da papa Francesco, presuppone innanzitutto essere Chiesa. É questa la prima e fondamentale vocazione che ascoltiamo in ogni tempo, e per ogni generazione, provenire come una preghiera dalle labbra dolcissime di Gesú : “che siano uno, perché il mondo creda”.

Ripensare il discernimento vocazionale, ci porta cosí ad una sfida ancora più meravigliosa e stimolante: riconoscerci poveri e soli, nel cuore di Dio, per scoprire cosí l’esistenza di una moltitudine di fratelli, “di ogni lingua, razza, popolo e nazione”, di un popolo di redenti che ci precede, ci accompagna, e supera lo spazio ristretto del nostro io. Anche e soprattutto del nostro io religioso(direbbe padre Rupnik), l’ostacolo paradossalmente  più ingombrante che incontriamo nel cammino del discernimento che abbiamo appunto considerato intimamente connesso all’esperienza progressiva e continua della “con-versione”, che dice il superare una mentalità sostanzialmente egocentrica per acquisirne una completamente nuova, una mentalità ecclesiale, comunionale, quindi, in senso stretto: trinitaria. Se non si considera attentamente questo aspetto, ma, anche inconsapevolmente, ci si muove in categorie di pensiero aliene alla novità del vangelo, anche il discorso vocazionale può diventare addirittura, senza che ce ne rendiamo conto, ostile e avverso all’esperienza centrale della vita cristiana: la comunione.

 

III. Rimanete nel mio amore

A questo punto il terzo ed ultimo momento della mia riflessione risulta essere quasi banale. Se è vero che la vocazione fondamentale del cristiano è l’essere Chiesa a partire da un’esperienza concreta ed esistenziale di redenzione, nei termini espressi poc’anzi, la domanda che riguarda la vocazione specifica non è più : ·che cosa devo fare in generale nella vita?”, ma “in che modo sono chiamato io, con i miei talenti, la mia storia, anche le mie ferite fasciate da Cristo,  a costruire, oggi ,la Chiesa? Como posso edificare nella mia vita e con la mia vita il corpo del Signore Risorto, vivo ed operante nella storia? Come posso custodire e far crescere in me ed attraverso di me il mistero della compagnia e della prossimità di Cristo…che è sale, luce e lievito del mondo? “

Perché a questo punto è chiaro che il cerchio si chiude, ed il discorso aperto con un invito a ripensare la “corresponsabilità storica del credente” acquista senso e coerenza. Per chi infatti, se non per il mondo, il Signore mi da e   mi chiama a dare la vita? La sua vita. Per che cosa, se non per contribuire all’opera libera e meravigliosa della creazione sono nato? Per cosa sono venuto al mondo se non per godere della bellezza e della gratuitá di un amore assoluto ed assolutamente libero che genera e rigenera continuamente la storia, nelle sue alterne vicende? Anche nelle sue esperienze di morte e di continue ricadute nel caos di un apparente, cinico non-senso ?

Quest’ultimo punto evidentemente si decina nella concretezza dell’esperienza pastorale attraverso quegli strumenti che la chiesa offre per aiutare il lavoro della coscienza, di una coscienza non più egocentrica, ma Cristo-centrica, una coscienza comunionale, in cui nell’Altro, con l’Altro e per l’Altro, io scopro  di volta in volta senza rimpianti e ripensamenti come continuare a vivere, il dono meraviglioso della vita nuova. La vita libera dalla tirannia dell’Ego, la vita di chi ama. La vita di Gesú.

 

IV. Conclusioni

 

Il discernamento sui segni dei tempi, inteso come domanda sulla consapevolezza della corresponsabilitá storica del credente, sulla morale, intesa come risposta spontanea all’esperienza dell’Amore di Dio che ci è offerta nell’incontro con Gesú Cristo, e a livello personale, come desiderio di permanere nella dinamica della relazione feconda con il Signore della vita, sono i tre aspetti centrali, a parer mio, sui quali si gioca l’effettiva riuscita del sinodo del 2018. A questo proposito occorrerá riflettere, non nello spazio ristretto di un articolo divulgativo, su tanti altri aspetti che toccano da vicino l’esperienza dei giovani credenti, a partire sempre dalla certezza che il cristianesimo non è una bella utopia, una sorta di ideale che resta comunque irraggiungibile. Ma la possibilitá di un’esperienza, un modo concreto in cui si puó rispondere alla prima e fondamentale vocazione di tutti: la chiamata alla vita. È nella vita e per la vita concreta dell’uomo che il cristianesimo puó pronunciarsi in modo significativo. Come proposta e come promessa, come meta e come punto di partenza, come obbiettivo e come presupposto.

 

In E.G. al cap.IV si legge infatti: 177. Il kerygma possiede un contenuto ineludibilmente sociale: nel cuore stesso del Vangelo vi
sono la vita comunitaria e l’impegno con gli altri. Il contenuto del primo annuncio ha un’immediata ripercussione morale il cui
centro è la carità.