Non bere da quel bicchiere!

Note al margine del film “Nebbia in agosto” di Kai Wessel, Germania anni ’40

Nasciamo e non sappiamo conteggiare se il nostro corpo ha due braccia, due gambe, due polmoni, due reni, due emisferi cerebrali, e tantomeno valutare in base a un criterio di presunta perfezione se siamo degni o indegni della vita. Sorridiamo luminosi e sereni di intima beatitudine se qualcuno si rivolge a noi con un sorriso.  Ma arriverà forse chi ci farà sentire poca cosa e giudicherà l’aspetto, le nostre funzioni, la nostra rispondenza alla normalità; non importa, alla madre e al padre che ci hanno generato starà a cuore pronunciare il nostro nome, quelle sillabe uniche al cui richiamo risponderemo; i nostri piccoli progressi li riempiranno d’orgoglio, la nostra vita verrà custodita. Almeno finché qualcuno non convincerà mamma e papà che la nostra è una vita deforme o inutile. E potrà sopprimerci.

Le parole conclusive del film “Nebbia in agosto”, ambientato nella Germania dei primi anni ’40 sono significative in tal senso. C’era stata nel ’33 la legge sulla Salvaguardia della salute volta a sterilizzare o far abortire chi avesse malattie ereditarie; poi nel ’39 con l’Obbligo di dichiarazione di neonati deformi i piccoli venivano trasferiti in specifici reparti ospedalieri e uccisi con farmaci in dosi letali. Questo trattamento veniva somministrato anche a bambini più grandi i cui genitori venivano convinti dagli operatori del settore che in quei reparti li avrebbero curati; così ovviamente non era.

Nel film, il pacato, mefitico Dr. Veithausen, dirige l’ospedale psichiatrico Kaufbeuren dove sono alloggiati bambini e adulti “difettosi” (disabili psichici o fisici: persone epilettiche, zoppe, sordomute, portatrici della sindrome di down, o asociali e ribelli), ebrei o ariani che fossero. Nelle scene finali il medico prende la parola al funerale della capo infermiera suor Sofia che aveva cercato di impedirgli di praticare sistematicamente la morte selettiva dei pazienti. Dice che lui e Sofia erano utili l’uno all’altra, si compensavano, lei con la sua fede, lui con la sua visione scientifica: entrambi volevano liberare l’umanità da un così grande dolore.  Lei, cristiana, aveva pietà dei malati, li circondava di cure, li accompagnava nella malattia. Lui, medico, risolveva il problema alla radice praticando la morte pietosa sui giovani ospiti, proprio gli stessi presi in braccio e fatti volare da lui con il gioco dell’aeroplano fino a pochi momenti prima di offrire loro il cocktail mortale, per poi sezionarne gli organi in funzione di esperimenti scientifici. La scienza, scissa inevitabilmente dall’etica, ottimizzava così le risorse dello stato, come nel caso dell’efficacissima dieta ideata dallo stesso dr. Veithausen imposta nei nosocomi, consistente in tre verdure bollite a lungo che non nutrivano ma sottraevano in maniera costante  peso e salute ai pazienti. Nessun collegamento con un progetto di eutanasia, nessuna protesta.

Una, due, tre morti al passaggio di una avvenente infermiera al soldo di Veithausen. Nessuno sa o può opporsi, neppure il giovane protagonista Ernst Lossa, un tredicenne jenisch di indole ribelle. Per l’ennesima volta giunge l’infermiera Edith  con il bicchiere colmo di veleno. A chi toccherà?

 A vedere un piccolino paffutello con gli occhi allungati (ha la sindrome di down), allegro nel suo lettino d’ospedale, invitato ora a sorbire un intero bicchiere di bevanda al bromuro mimetizzata da sciroppo al lampone, un ragazzo del pubblico degli alunni delle scuole superiori non riesce a starsene zitto e grida: «No, fratello, non bere da quel bicchiere!»; gli altri gli vanno subito dietro con applausi e fischi. Nel film il bambino però si fida, trangugia, ma al culmine della tensione gli viene procurato il vomito dall’infermiera Sofia e sopravvive; a ben vedere, in realtà, la salvezza gliela sta offrendo, settant’anni dopo, anche il no di quei ragazzi seduti al buio nella sala di un cinema del centro di Roma, distante centinaia di chilometri dalla Germania. Nessuno deve più bere da quel bicchiere, quello della selezione della specie, dell’aborto, dell’eutanasia.

Antonietta Rossi

Antonietta Rossi

Antonietta Rossi vive con marito e figli a Roma dove lavora come insegnante di lettere nelle scuole superiori; ha partecipato a diversi Viaggi della Memoria ad Auschwitz, Birkenau e presso la Foiba di Basovizza; ha aderito alle iniziative del Movimento per la vita e dell'associazione Donacibo. Email: antonietta.rossi@vitanews.org