La fragilità che spaventa. Riflessioni sulla violenza in gravidanza

La fragilità che spaventa

Riflessioni sulla violenza in gravidanza

Non smette di scalciare..
Spinge da dentro la sua impazienza
non è una brava bambina: le bambine cinesi
non si comportano così,
Hanno pazienza impressa dentro.
La fatica ne fa unarte che saffina nel tempo.
Non smette di scalciare,
è la sua risposta al terrore che ha attraversato la mia anima, strisciato lungo la schiena,
esploso nel cervello,
proprio dietro gli occhi al primo colpo, quello che non ti aspetti.
Zitta e immobile, raggomitolata come un piccolo riccio, così ti sento sotto la pelle dura del ventre nella contrazione,
ma i tuoi aculei sono ancora morbidi
e non feriscono nessuno
non me che ho altre ferite da bagnare di sale
non tuo padre che la furia ha reso pazzo
non tua sorella che piange muta, in un angolo.
Quanto vale la vita di una donna? Un soffio.
La tua di piccola femmina pochi millimetri, ha detto il medico- nulla di nulla..

 

Cominciava così una storia vera, raccontata insieme a tante altre, in un libro di alcuni anni fa (*).

La gravidanza non è un deterrente della violenza, come si potrebbe pensare. All’opposto, può essere un fattore di rischio all’interno di un rapporto basato su una dipendenza disfunzionale, perché l’uomo maltrattante vive l’arrivo di un figlio come causa di un allontanamento della donna, che non può più occuparsi di lui come prima. Ecco allora la rabbia verso una gravidanza magari non desiderata, la richiesta di interromperla, la gelosia verso il nascituro. D’altronde la donna maltrattata, che magari prima tentava di corrispondere a ogni aspettativa del compagno, durante la gravidanza perde quella prospettiva. In realtà, è la fisiologia stessa della gestazione che rende le donne più concentrare su se stesse, il proprio corpo e le proprie emozioni, che le rende fragili e forti al tempo stesso. Ma se il rapporto presenta fattori di rischio, la gravidanza diventa un fattore scatenante: secondo un’indagine dell’Istat (2014)  effettuata sul 31% della popolazione femminile tra i 16 e i 70 anni, l’11,8% ha subito violenza dal partner durante la gravidanza. Per il 50% di queste donne, la violenza è rimasta la stessa del periodo precedente la gestazione, per il 23% è diminuita, per l’11,3% è aumentata, per il 5,9% è iniziata con la gravidanza e per il 9% si è conclusa nelle prime fasi. Le conseguenze della violenza sullo stato di salute della donna assumono diversi livelli di gravità che possono arrivare ad avere esiti fatali (femminicidio o interruzione di gravidanza).

Negli ultimi anni, molte attenzioni sono state rivolte alla violenza in gravidanza da parte delle istituzioni sia a livello nazionale (Nuovo Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne 2017-20), sia locale (convegni, adozione di protocolli di screening, tavoli operativi…). Rispetto ai tre assi strategici della Convenzione di Istanbul, il supporto delle associazioni di volontariato può aiutare veramente a fare la differenza, essendo ‘naturalmente’ orientato sulla protezione e sul sostegno delle vittime (secondo punto della Convenzione). Ma è sul primo punto, la prevenzione, che si potrebbero attivare, dal punto di vista del volontariato pro-life, interessanti modalità operative.  Secondo Gino Mazzoli (°) “intercettare i vulnerabili, significa dedicare tempo per ascoltare e ri-orientare lo stile di vita”, cosa non infrequente nei nostri CAV, dove spesso arrivano soggetti a rischio, per i quali gli operatori e le operatrici dei Centri sono in grado di attivare adeguate modalità di sostegno. La consapevolezza che i comportamenti non fanno parte della struttura di una persona e possono essere dismessi, la speranza che la vita, per quanto sofferente, possa avere la meglio, certamente aiuta i volontari nell’affiancarsi a tante situazioni di fragilità e ne sostiene l’operato. Nella storia narrata all’inizio, il marito è riuscito a liberarsi del comportamento violento, ri-orientando la propria vita e quella della sua famiglia, proprio grazie all’intercettazione della chiamata da parte della rete SOS-VERDE-CAV e alla solerzia dei volontari che hanno poi attivato prontamente la rete dei servizi sul territorio…

Esiste però un altro aspetto della violenza in gravidanza, ancora troppo sottovalutato: la pressione psicologica. Accanto alla tanto sbandierata ‘libertà di scelta’, crescono sempre di più le pressioni esterne che portano le donne a scontrarsi con l’aborto come unica prospettiva: dal medico che a fronte di una positività nel TORCH test indirizza all’IVG per evitare ‘possibili conseguenze future’ (come emerso durante il Focus annuale sulla salute riproduttiva, Campus Biomedico, 24 novembre 2018), alla pressione inter-familiare in caso di gravidanze in adolescenti “perché altrimenti ti rovini la vita”; dalla banalissima frase “fai quello che ti senti, per me va bene” che rappresenta il massimo grado di abbandono da parte di quello che in realtà è il padre, fino alla violenza più subdola, quella che nega l’esistenza del bambino in grembo, passandolo come oggetto di facile eliminazione.

Un ultimo pensiero andrebbe a coloro che che subiscono violenza in situazione di cattività, le donne – spesso ragazzine  –  vittime della tratta, costrette ad abortire o a prostituirsi gravide fino all’ultimo mese. Ma è un mondo che merita uno spazio di analisi tutto per sè…

Antonella Diegoli


(°) Welfare Generativo, Gino Mazzoli, Studio Praxis

(*) L’amore cambia tutte le cose, Interlinea, A. Diegoli