Centro regionale di Bioetica Filèremo: rispettare la vita per evitare la deriva

Il Centro regionale di Bioetica Filèremo ha proposto una riflessione stimolante su temi estremamente attuali, che richiedono una presa di coscienza alla luce di una corretta informazione.

Infertilità, problemi psicologici, depressione e altri rischi accertati per la salute della donna sono tra le principali conseguenze dell’interruzione volontaria di gravidanza, ma anche il risultato di pratiche sempre più diffuse come la fecondazione extracorporea o addirittura estreme e attualmente illegali in Italia quali la “gestazione per altri” (utero in affitto).

Di tutto questo si è parlato nel convegno dal titolo “Rispetto della Vita”, svoltosi a Perugia lo scorso 10 Novembre su iniziativa del Centro di Bioetica Filèremo e con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia. Nelle parole del presidente Antonio Margiotta, la volontà di “produrre una corretta informazione sulle conseguenze di questa ipertecnologizzazione della fecondazione umana, pur rispettando la volontà della donna che decide di interrompere la gravidanza o di ricercarne una in maniera artificiale, pratiche consentite dalla legge”.

Al tavolo degli interventi si sono alternati medici e bioeticisti, ma anche demografi. Il nesso tra rispetto della vita e denatalità è stato illustrato da Vincenzo Silvestrelli, presidente del Movimento per la Vita Umbria. In particolare, il demografo Pier Giovanni Palla ha mostrato l’interconnessione tra inverno demografico europeo e necessità di garantire alle nuove famiglie che una nascita non minacci il benessere familiare, già estremamente precario.

Il prof. Carlo Cirotto ha illustrato l’azione dei contraccettivi ormonali sulla salute femminile, mostrando come nel caso delle pillole “del giorno dopo”, si possa trattare  in realtà anche di presidi abortivi. Cirotto ha elencato poi le conseguenze cliniche certificate dell’utilizzo della pillola abortiva RU 486, concludendo che “non è sicura, non è facile, non è indolore”.

Proseguendo, si è passati ad analizzare la questione dal punto di vista dell’ embrione, considerato dal dott. Fabio Ermili lo “schiavo del terzo millennio”. Infatti, con la possibilità estesa a chiunque di poter generare artificialmente in laboratorio, è facile che la considerazione dell’ embrione scivoli da “persona” a “cosa”. Diventa a questo punto cruciale prendere una decisione sulla visione etica della fecondazione extra corporea: non è possibile un indifferentismo etico perché l’embrione umano potrà facilmente diventare oggetto di grandi interessi economici ed ecco come facilmente sarà lo “schiavo del terzo millennio”.

Il prof. Mario Timio ha esplorato la pratica dell’utero in affitto. “Non è più valido l’assunto che afferma mater certa est, pater incertus – ha esordito il medico – oggi, con la gestazione surrogata, infatti, la madre non è più una sola. Questa pratica, tra l’altro, è una tecnica classista, perché in mano solo a pochi ricchi che se la possono permettere. Qualsiasi pratica medica che esclude i poveri è moralmente inaccettabile”. Proposta dal mainstream come prodotto della civiltà, la maternità surrogata è in una forma di schiavitù per le donne che vi si sottopongono e una grave violazione dei diritti umani.

Proseguendo su questa scia, la prof. Assuntina Morresi, bioeticista, ha sottolineato come non vi siano elementi di tipo biologico per affermare – in caso di utero in affitto – se la madre “vera” sia la donna che ha fornito il gamete o quella che ha portato avanti la gestazione. Questo fatto apre una serie di problematiche etiche, ma anche legali. Tutto il procedimento, infatti, diviene oggetto di un contratto. Un figlio, infatti, diventa così l’esito di un “progetto”, un contratto da stabilire a tavolino, con le sue implicazioni legali. La tecnica in continua evoluzione, infatti, permette fino a quattro madri per un figlio. In California, ad esempio, un giudice può riconoscere tre genitori per un figlio nato da fecondazione assistita, includendo nella sfera familiare anche il “donatore di gameti”. Naturalmente, l’utilizzo di queste pratiche ha aperto alle coppie omosessuali la possibilità di filiazione, svincolando la genitorialità dalla procreazione. Le ultime e più estreme conseguenze di questi comportamenti sono all’orizzonte: se la nascita e la vita di un figlio sono regolate da un contratto, anche il fatto che “un figlio è per sempre” può essere messo in discussione, pertanto un figlio potrebbe restare figlio fino a che lo prevede il contratto.

“Non possiamo non considerare questo come uno tsunami antropologico – ha concluso la prof. Morresi – è la maternità che cambia radicalmente e questo ha le sue inevitabili conseguenze”.

Al convegno sono intervenuti anche l’assessore al welfare del Comune di Perugia, Edi Cicchi (che ha ricordato la vicinanza del Comune sull’iniziativa Culla per la Vita portata avanti dal Movimento per la Vita), e il consigliere regionale Sergio De Vincenzi, che ha ribadito la necessità per la politica di combattere il relativismo.

Mariangela Musolino