Il paradosso dell’ossessivo e la pienezza del cuore

La bocca parla dalla pienezza del cuore, diceva tempo addietro un Tale. Così, ogni parola che sgorga da un cuore pieno non cade invano, neanche sul terreno distratto dell’opinione pubblica. E’ un terreno distratto quello dell’opinione pubblica perché disorientato da una valanga incontrollabile di informazioni deformanti e solo di rado verificabili. Sempre meno aderenti all’effettivo stato delle cose che tentano di comprendere, e magari pure spiegare, in un infinito, ambiguo sforzo di semplificazione. La verità é davvero un lontano ricordo di quando qualcuno, ingenuo, credeva ancora che la realtà empirica, fattuale, oggettiva, dicesse comunque qualcosa di più rispetto all’urlo stridulo delle opinioni individuali ed arbitrarie di qualche suo illuminato interprete.

I dati si moltiplicano ma , in fondo, sono sempre meno importanti da un punto di vista etico, nella misura in cui sono sempre più avidamente  richiesti dagli ingegneri anaffettivi del mercato. Il mercato delle cose e delle idee. I dati, che rivendicano al massimo l’infondato diritto di poter influenzare moralmente le scelte concrete che siamo chiamati  a compiere, come singoli e come collettività frammentata e dispersa nel caotico universo delle percezioni, sono solo quelli di una volta. Quelli attuali invece sono giustamente “a-morali”, restano semplicemente indicatori asettici di tendenze, grazie al cielo, anch’esse manipolabili. I dati possono e devono obbedire, quindi, a un piano programmatico elaborato comunque a partire da un volontà rigorosamente autoreferenziale. La volontà moderna che gode di libertà assoluta, finalmente sganciata da ogni opprimente confronto con la realtà. La libertà demiurgica dei detentori dell’informazione, che  nell’assoluta assoluzione garantita da un’etica nuova, capace di assecondare i casi, senza inutili rimorsi di coscienza, scrive e descrive  il mondo come meglio crede.

può farlo, e  nel farlo genera ancora scelte, stabilisce criteri a tempo e norme di volta in volta contingenti e funzionali. Chi non entra nel paradigma sempre nuovo, viene divorato dalla realtà stessa, che é rimasta intanto una terra dimenticata, inospitale e deserta.

Le scelte, però, definiscono sempre la fisionomia di una determinata porzione di mondo in cui vive, soffre, spera e  spaurita,desidera ottenere una possibilità di pienezza una comunità fatta da persone in carne ed ossa, che si ritrovano accalcate, senza sapere come né perché, in coordinate spazio-temporali terribilmente reali, e per questo drammaticamente sorde al bisogno di infinito controllo che come un’ossessione, disegna in modo convulso i contorni giá limitati, ma confusi, dell’esperienza.

La realtà irrompe invadente, dagli argini sottili del quotidiano, e spezza il perimetro angusto del programma. Prima o poi lo fa. Nonostante gli infiniti tentativi di controllare anche l’avanzata inarrestabile dell’invasore ultimo e definitivo, i goffissimi tentativi di gestire ossessivamente anche  l’esperienza della morte, la rottamazione forzata della cabina di comando. Nulla deve sfuggire al nostro volere compulsivo e infantile, anche la fine ha l’obbligo di rientrare nello schema perfetto del nostro desiderio organizzato. L’illusione sistematica é l’unica opzione culturale che può consolarci sul lungo periodo.

Che vogliamo dire?

Dove vogliamo andare a parare noi, poveri illusi inseguitori di una vita senza fine, che ad ogni passo, ad ogni scelta fatta o rimandata, gustiamo  feriti e ignari, il sapore amaro della fine, a prescindere dall’obbedienza ai dati, o della vertigine del controllo che ci promette cinica uno sguardo sempre dall’alto, sempre più lungo, sempre più´eterno ?

Le giravolte febbrili della cultura del controllo seriale, paradossalmente si traducono nei fatti, in una vita di  risposte non date. Oppure di mezze risposte che  ognuno  con una mossa esistenziale concreta, con  una precisa scelta, pronuncia poco convinto, rivendicando quello che definirei leopardianamente il “diritto al ritardar selvaggio”. Ovvero attaccandosi  a quelle bombole d’ossigeno  comode e virtuali come le serie tv, che occupano invadenti il nostro tempo irrecuperabile, nell’illusione consolante che la prossima puntata ci porterà qualcosa. Che il domani potrò gestirlo meglio e così realizzare finalmente  il mio progetto, più o meno definito. Gli ingegneri gestionali sono, per logica stringente, gli uomini più felici del pianeta. Ma stranamente, matematici così straordinariamente efficaci difficilmente fanno i conti con la domanda, quella che conosce chi considera lucidiamente come alla radice di ogni progetto, risieda il desiderio di uno slancio, la nostalgia e il bisogno di un vero, definitivo, infinito inizio.

Purtroppo però, nel  regno dell’infinita progettabilità del possibile, non ci può essere alcun posto per l’imprevedibile.

La sfida della pienezza  rimandata a domani diventa cosí (involontariamente?) la costante sospensione dell’oggi, e del suo dono. E intanto il flusso ci trasporta nei recinti fattuali che la volontà impazzita dei dati, ormai diventati i padroni di chi li gestisce, hanno tracciato, per tutti.

Questa parola incomoda però, una risposta completa che osa formarsi nell’unico corpo  possibile, quello della domanda,  potrebbe non cadere invano per te che leggi e ti fai leggere adesso, dal volto del testo che blocca lo spazio fragile di un pensiero. Un punto che ti spinge a vivere scrivendo il tuo tempo, questo adesso così infinito  e limitato, nella logica viva della domanda non disattesa.

E’ una parola inquieta, quella che scava ed entra come un ospite indesiderato nella coscienza libera di chi  conserva l’angoscia feconda, come il bisogno di un fine, che sgorga dalla comprensibile paura di una fine insita in ogni goffo, eterno, tentativo d’iniziare qualcosa che oltrepassi la nostra  goffa , eterna smania di controllo.

La Filosofia é bella. Eppure servirebbe davvero a poco se non parlasse il linguaggio semplice dell’esperienza. E’ così la domanda assume un volto prossimo  alla vita ordinaria e rivela per esempio l’ansia di chi si chiede : “perché in Italia, e in Europa in generale, non facciamo più figli? Perché non abbiamo più il coraggio di osare una sfida che ci oltrepassi? Perché abbiamo paura di rischiare una vita che trascende la nostra? Fosse anche nella precarietà, nell’incertezza, nella paura…insomma, fosse anche nell’accettazione inevitabile  di tutti i limiti che fanno comunque da cornice alla storia di tutti: perché non nascono più bambini in questo benedetto paese?”

Ed ecco che i dati tornano a parlare, come una voce che fra le tante vale la pena ascoltare. E cosí che la statistica, per il filosofo che si confronta con l’esperienza di una cultura  incorniciata in una paura comprensibile e miope, fa tremare i polsi e stringe la gola in un povero,  malato, triste e realistico abbraccio..

«Rispetto al 2015, nel 2016, i tassi di fecondità si riducono in tutte le classi di età…» riportava la “Repubblica” qualche mese fa.  «Prosegue la diminuzione della fecondità in atto dal 2010. Il numero medio di figli per donna scende a 1,35 (1,46 nel 2010). Le donne italiane hanno in media 1,27 figli (1,34 nel 2010), le cittadine straniere residenti 1,94 (2,43 nel 2010)» confermano in effetti, i resoconti aridi dell’Istat di quest’anno.

Come è possibile,a che cosa è dovuto un tasso così basso di natalità, legato anche ad un altissimo indice di aborti e gravidanze stroncate sul nascere in un paese che ha un urgentissimo bisogno demografico come la nostra (in)pensionabilissima Italia?

Sarà che l’illusione dell’eterna giovinezza, unita all’ossessione del controllo compulsivo e della progettazione integrale della vita, nasconde in fondo il terrore, la paura folle di fare esperienza della realtà per come essa è effettivamente? Il luogo del limite, il luogo delle scelte che hanno conseguenze storiche ed esistenziali concrete, anche irreversibili, il luogo in cui restare ripiegati su se stessi significa precludersi l’esperienza dell’incontro e della generazione, l’esperienza feconda dell’esodo dal proprio sé, nel riconoscimento, nell’accoglienza di un’alterità che è differenza, che è sfida, ma che è comunque promessa di pienezza al di là di ogni comprensibile timore di fallire.

E’ quanto, per esempio, ha fatto notare il decano dei demografi dell’Universitá Bicocca, il prof. Blangiardo, osando una lettura critica del fenomeno del suicidio demografico, nonché del suo impatto economico  devastante sul sistema Italia.

La verità fattuale, empirica, e oggettiva che il prof. Blangiardo ha mostrato con estremo rigore scientifico, è quella di una comunità che per l’infinita, rigorosa obbedienza ad un progetto ideale, sganciato dal ritmo concreto della vita di questo tempo, in ogni componente significativa del tessuto sociale, si parli di singoli, di famiglie, anche, e soprattutto, di istituzioni, vive un collasso storico, inedito e feroce. E’ il paradosso dell’ossessivo. Di chi soffoca imbrigliato nelle sue nevrotiche e fallimentari manovre di controllo.

Non resta che sperare, che una parola libera spezzi la sorda confusione dell’opinione pubblica, e incontri qualcuno che la accolga, se ne riempia il cuore, e lasci che nella sua vita si trasformi in coraggio?

Resta solo da sperare questo. Si!

Ad ogni modo, sono le testimonianze dei circa 190.000 bimbi nati grazie a realtá come i Centri di aiuto alla Vita, dal 1975 ad oggi, di tutte le mamme che hanno trovato la forza di restare tali contro la tentazione terribile di sopprimere la vita del proprio figlio, quella parola, che certamente, non cade mai invano, potremmo dire, che sono proprio loro, anche loro, quella bocca che parla dalla pienezza del cuore.

Simone Tropea