“C’è un dopo?”: Antonello Blasi recensisce il Card. Ruini

L’agile testo risulta leggero nel trasporto, fruibile in ogni luogo e gradevole nel linguaggio come mormorio di ruscello che scorre in tre movimenti:   la prima e la terza parte del libro appartengono all’intimità dell’Autore e, per chi lo conosce di persona, sa quanto siano autenticamente ispirati, dando l’impressione di sentirlo parlare invece di leggerlo.

Il tema della morte risulta lieve in una esposizione storico-filosofica che però viene diluita saggiamente dall’esposizione divulgativa perché tutti possano approcciarla e gustare le centosettantacinque pagine dove ogni disciplina contribuisce con una sua risposta al perché del nostro essere finito e temporaneo.

L’Autore collaziona senza aderire, porge e presenta delle proposte: l’elenco dei nomi citati (duecentodiciannove) e le oltre venti pagine di note e di fonti prevalentemente bibliografiche ci danno la sostanza e il “massetto” della costruzione che vive di camere comode e fruibili anche singolarmente lette, senza necessariamente percorre il classico lineare corridoio centrale. Ogni capitolo infatti argomenta se stesso, arredato per tema, sia cronologicamente che spazialmente.

Il cuore del lavoro non è la Morte, ma la Speranza di vita, e in questa chiave la Resurrezione di Gesù di Nazareth (capitolo V) e l’immediatezza delle resurrezioni di ogni defunto provocano una emozione-sensazione di gioia nel lettore dando corpo proprio a quella virtù, Spes, vista spesso ancella delle due sorelle considerate maggiori <Fede e Carità> tanto alimentate nei secoli da teologie e filosofie di ogni confessione religiosa e nelle ideologie di ogni tempo.

Ma è il capitolo ottavo che ha conquistato la nostra attenzione, laddove emerge il non senso di una fase intermedia tra morte e resurrezione (pag. 116).  Siamo persuasi da sempre che ognuno di noi, al termine di questa storia terrena “siamo”, non “saremo”,ipso facto risorti nell’eterno.

Vogliamo dire che se consideriamo ogni vita un segmento, fatto da un punto di inizio e uno di fine, quando quindi termina la valutazione del tempo ci ritroviamo inseriti nella retta che per definizione è infinita e dunque eterna.

La nostra fine coincide con il termine del segmenteo quale cancellazione del tempo in favore dell’eterno con la consapevolezza di “giacere” tutti sull’unica  retta dove ogni punto è inizio e fine (oserei dire che è una retta talmente perfetta da diventare cerchio ma poi la riflessione porterebbe lontano e altrove). Ognuno di noi “è”, quindi, “presente” senza passato né futuro, ed ognuno “è” il centro di questa infinita eternità dove -dice l’Apocalisse- “siamo” giudicati tutti, subito e contemporaneamente, senza un “dopo” e senza temporali sonni delle anime: mille anni per Dio sono meno che un battito di ciglia, ma nell’eterno non ci sono i mille anni, e la retta è Dio, in Lui torniamo lasciando a tutti le mirabili descrizioni paradisiache di Dante, fatte di luce, di movimento di luce di ineffabile musica e spazi infiniti di gloria…

Ritrovare l’Autore sulla stessa “linea” in questo suo biennale lavoro ci conforta, perché da diverse strade la riflessione sull’an (=se c’è) seguitodal post (=cosa e come è) non porta a una risposta ma certamente alla certezza dello sperare anzi del bene sperare.

         Che poi le strade siano lente -come quella buddista (capitolo VII)- o diverse -come quella islamica (capitolo VI), o teologicamente in progress -come la sorte dei bambini senza battesimo (capitolo XII), tutte alla fine giungono ad una attesa positiva, che è la Speranza.

Per i cristiani poi l’Incarnazione della Parola di Dio e la resurrezione dei corpi danno senso e completezza all’intera esistenza dell’esistente: l’universo, energia e materia, l’uomo di anima e corpo, inscindibili e predisposti inscindibilmente alla resurrezione formano quell’annuncio evangelico di effettiva buona novella dove -per altri- l’uno è prigione dell’altro con la conseguente insoddisfazione-infelicità dell’uomo fino alla scissione delle due forme di un’unica sostanza.

L’annuncio di Gesù della sola “religione materialista” dove il corpo vale quanto l’anima perché tempio dello Spirito, unito all’educazione del perdono reciproco e al comandamento di amare (non evitare o tollerare o sopportare) addirittura il nemico, l’ostile, il dileggiato, l’emarginato da noi, sicuramente dà un senso originale ad ogni vita ovunque sia, su questa terra come in eventuali altri mondi abitati (non provato ma non da escludere). E questo annuncio di vita coerente portata alla morte per amore dei nemici (=coloro che non accettano l’amore) dà il senso della successiva Sua resurrezione, testimoniata da molti, anelata da coloro che poi sono stati chiamati santi.

Una vita di speranza quindi non come rinuncia, atarassia, né otium, né vita passiva (capitolo II), ma come speranza di vita, di miglior Vita (capitolo IX), e non di un secolo ma per sempre, eterna (capitolo III).

Questa visione positiva nel presente e del dopo aiuta il pensiero e l’agire  positivo (=far bene che diventa star bene cioè bene-essere) e incentiva i lettori al duc in altum restringendo così a pochi il “non vedere Dio”chiamato anche “inferno” (capitolo X).

L’Autore stimola e lascia aperto anche il discorso sulla dimensione del Purgatorio (capitolo XI), laddove entra come tema dominante la funzione della preghiera per i defunti e della loro purificazione perché nessuno è stato perennemente ma solo tendenzialmente santo: ogni santo ha avuto le sue tentazioni, altri hanno ‘subito’ la conversione ed altri ancora hanno ‘compreso’ all’ultimo momento della loro vita terrena! La forza, l’energia della preghiera e della meditazione è diffusa in tantissime forme e confessioni religiose ed è paragonabile alla forza che dà energia nelle sinapsi celebrali o alla “musica” di fondo dell’universo -non vuoto- che molti scienziati attribuiscono all’eco nel tempo del big bang, ovvero l’attimo che seguì la Creazione dello spazio e del tempo, cioè la nascita del “segmento Storia”.

La rete spirituale della preghiera coinvolge i defunti che sono fisicamente sulla terra, che sono terra ed energia vivente e che sono già risorti. Il ricordo, la memoria del defunto dà continuità e speranza per dare l’esempio a chi è intorno e con noi, per le future generazioni ma anche per chi ci passa vicino e vediamo con occhi diversi dandogli una Speranza di umanità e non di indifferenza reciproca se non di ostilità.

L’intenzione, nobile e schietta, dell’Autore è aver dato con questo libro un incentivo a “prendere sul serio la speranza cristiana” perché positivamente tesa al miglior “dopo”.

Oltrepassando Agostino, che riteneva la morte la sola cosa “certa”, potremmo dire che se quella è un fatto valido per tutta la natura, all’uomo si deve aggiungere un’altra certezza: la speranza, che può aiutare anche la natura.

Se potessimo suggerire all’editore, non all’Autore, una “idea di speranza” diremmo che ristamparlo con due o tre caratteri più grandi garantirebbe la lettura non solo agli ipovedenti ma anche a tutte quelle persone che grazie all’età usufruiscono della diminuzione della vista e dell’aumento della riflessione su se stessi. Il tema aiuterebbe la fiducia a ritrovare la speranza di poter leggere, che magari, pur potendo, non esercitano!

Vogliamo concludere con un richiamo alla copertina dove al foglio bianco vergato dal titolo e dal nome dell’autore è sollevato un lembo da cui emerge l’infinito dell’universo in una delle foto classiche in cui il nero cede il posto al blu delle stelle giovani, come quelle della costellazione delle Pleiadi, per citare il caso più emblematico.

Le stelle azzurre hanno più calore e infondono la speranza di un mondo nuovo, il lembo alzato oltre il tempo minimo dell’uomo fa fare al lettore capolino nell’infinito e nell’eterno laddove troneggia dunque la risposta scritta al centro della stessa copertina: C’E’.

         Antonello Blasi

Presidente dell’Associazione Testimonianza Viva


Camillo Ruini, C’è un dopo , la morte e la speranza
Mondadori, pp.200, Milano 2016, euro 19,00.