Quando a renderci felici non è una “giustizia terrena”

Riflessioni intorno alla complessa vicenda della morte di Emanuele Morganti, ucciso davanti all’ingresso del Mirò music club, un locale di Alatri, in provincia di Frosinone, per un banale diverbio. 

Il male esiste. E a volte non c’è modo di difendersi. Spesso non c’è giustizia. Non quella umana, almeno. Una domenica di fine marzo, notte inoltrata. Si sente un suono cupo e continuo, quello dei colpi alla schiena e alla testa di un giovane, Emanuele Morganti, davanti all’ingresso di un locale di Alatri, in provincia di Frosinone. Poco prima aveva avuto un banale diverbio all’interno del Mirò music club, probabilmente per aver preso un drink destinato a un altro, e così i buttafuori avevano allontanato il giovane e lo avevano trascinato all’esterno.

I racconti dei testimoni sono qui confusi, si contraddicono. Di certo, però, in quella piazza Margherita davanti al Mirò, il male ha ghermito con il suo artiglio la mente dei futuri assassini anche grazie a quel mix di droga e alcol che i giovani avevano consumato nel locale. È partito un pestaggio talmente violento che il ragazzo è stato ridotto in fin di vita. I presenti al fatto, paralizzati, non hanno chiamato i soccorsi; solo un passante si è deciso a farlo, denuncerà la famiglia giorni dopo. Come se avessero tutti girato le spalle a quel sangue innocente, come se il muro di omertà fosse la soluzione migliore per cancellare i segni dei colpi, come se tutto così potesse tornare alla normalità con un colpo di spugna. Sul corpo del giovane pare vi fossero persino degli sputi e dei soldi gettati per sfregio. Trentasei ore di agonia in ospedale, si prega, si spera, si attende, ma poi la famiglia, preda di un dolore forte ma non cieco, dona gli organi.

Sui quotidiani compaiono i nomi dei due presunti, maledetti assassini, ma si parla anche di altre sei persone che hanno infierito. Non tacciono certo i social media che fanno da cassa da risonanza alla condanna collettiva. Colpevoli? Tutti i presenti. Si chiede non solo giustizia ma la condanna a morte di chi con pugni, spranga o manganello ha ucciso Emanuele, di chi ha violato con sputi il cadavere e di chi ha assistito inerte. Si scopre che esiste un amico del ragazzo che ha provato a prestare aiuto: questo viene prima portato a esempio, poi si comincia a sospettare di lui perché non sembra dire tutto ciò che sa.

Come può una famiglia entrare in un fatto di questo genere con una chiave diversa dal desiderio di vendetta? Il ragazzo era pieno di voglia di fare, aveva ottenuto il primo lavoro, aveva una fidanzata. A simbolo della sua innocenza, al funerale, dei palloncini bianchi vengono lasciati volare via, e salgono in quel cielo dove si libra in volo una colomba che un amico di Emanuele teneva prima chiusa nel cavo delle mani.

Ma hanno ali candide di colomba anche le parole della madre Lucia, pronunciate nella messa per Emanuele: “Voglio ringraziare Dio per avermi dato questo dono per venti anni, venti anni di immensa felicità”. Ogni giorno è prezioso, un momento da preservare dall’oblio. E aggiunge: “Vorrei fare un invito: il cuore mi dice di dire che ogni giorno dovremmo viverlo così com’è, nella felicità con i nostri figli, non solo nella materialità di ciò che diamo ma anche nella felicità di quando rientrano la sera”.

Come si costruisce la felicità di essere genitore? Così, gustando i tanti momenti di presenza, accompagnando i cambiamenti dei figli, guidando attraverso il dialogo le loro scelte. “Dio è tra noi. È un raggio di luce per superare le difficoltà. Non ci meravigliamo di tanti giovani che possono avere difficoltà. Mi dispiace per le mamme di quegli uomini che hanno compiuto questo gesto. Credo che a modo loro soffrano. Sarebbe giusto pregare anche per queste mamme. Perché loro sono tristi”. È triste infatti il genitore che ha riconosciuto in quello del proprio figlio il braccio che si è armato, lo sguardo di chi ha strappato via la vita, con un ultimo colpo sferrato lateralmente alla testa, a un ragazzo innocente; è triste perché sa che così si è condannato alla prigionia non tanto delle patrie galere, ma del male interiore dal quale non si può fuggire.

Quanto profondo e saggio il pensiero di questa madre, addolorata sì per la perdita del figlio, ma in grado di lasciare nel cuore dei giovani che la stavano ascoltando la speranza, il senso del perdono.

C’è una figura biblica, quella di Giobbe, uomo giusto, che nel momento più felice della sua vita perde i propri beni, assiste alla morte dei figli e si ammala, rimanendo a lungo con un coccio in mano con il quale alleviava i fastidi della pelle, e solo, a tu per tu con Dio. Non si ribella e neppure si abbatte, capisce che Dio stava permettendo quella tragedia per un disegno superiore alla sua capacità di comprenderlo; Dio infatti lo ripagherà con una nuova paternità di tanti figli e figlie che lui potrà vedere nascere e crescere. Così anche quei genitori che non cercheranno solo la giustizia terrena vedranno fiorire i frutti del loro amore.
Antonietta Rossi

 

Antonietta Rossi

Antonietta Rossi vive con marito e figli a Roma dove lavora come insegnante di lettere nelle scuole superiori; ha partecipato a diversi Viaggi della Memoria ad Auschwitz, Birkenau e presso la Foiba di Basovizza; ha aderito alle iniziative del Movimento per la vita e dell'associazione Donacibo. Email: antonietta.rossi@vitanews.org