Caso DJ Fabo: quando la separazione dei poteri non conta

Le moderne democrazie occidentali si basano prevalentemente sul principio di separazione tra i poteri dello Stato, caldeggiato da Montesquieu nel secolo XVIII. Spesso in Italia quello giudiziario non se ne ricorda e si inserisce in quello legislativo. È il caso delle motivazioni nella richiesta d’archiviazione per le accuse a Marco Cappato di “aiuto al suicidio” nella vicenda che ha visto arrivare all’eutanasia in Svizzera Fabiano Antoniani, in arte DJ Fabo.

I pubblici ministeri Tiziana Siciliano e Sara Arduini hanno esplicitato l’esistenza di un “diritto al suicidio” per persone nelle condizioni di Fabiano Antoniniani, il quale era rimasto cieco e tetraplegico dopo un incidente. «Nelle condizioni in cui si trovava – argomentano le PM – e con l’esito che gli era stato prospettato in caso di rinuncia alle cure, bisogna riconoscere che il principio del rispetto della dignità umana impone l’attribuzione a Fabiano Antoniani, e in conseguenza a tutti gli individui che si trovano nelle medesime condizioni, di un vero e proprio “diritto al suicidio” attuato in via indiretta mediante la “rinunzia alla terapia”, ma anche in via diretta, mediante l’assunzione di una terapia finalizzata allo scopo suicidario».
Ora, è noto che il Parlamento sta discutendo la proposta di legge sulle cosiddette DAT (disposizioni anticipate di trattamento), il cosiddetto “testamento biologico”, considerato da molti parlamentari e schieramenti il grimaldello per introdurre l’eutanasia nel nostro ordinamento (con la divisione tra chi reputa questo fatto una cosa positiva e chi negativa). Le motivazioni addotte dalle PM Siciliano e Arduini sono uno sconfinamento del potere giudiziario in quello legislativo, l’unico rappresentativo della volontà popolare secondo la Costituzione. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima.