La nuova Costituzione dello Stato della Città del Messico e la sfida mancata del diritto alla vita

Il 31 gennaio scorso, l’Assemblea Costituente dello Stato della Città del Messico – entità federativa, un tempo denominata Distretto Federale, all’interno dei cui confini insiste la capitale degli Stati Uniti Messicani – approvava, in una sessione solenne convocata ad hoc, la Costituzione politica della Città del Messico, documento ampio e articolato che entrerà in vigore il prossimo 17 settembre. Dopo 4 mesi circa di discussioni, dunque, e 21 sessioni plenarie, veniva licenziata la Carta Fondamentale dello Stato più importate della Federazione messicana, non solo perché più ricco, ma anche perché più popoloso, avanzato e sviluppato dei restanti 31. Un documento dunque con un’alta valenza simbolica, oltre che strictu sensu politica, per l’intera Nazione.

Avrebbe potuto e dovuto essere una giornata storica per il Messico, un punto indelebilmente segnato a favore della crescita sociale, della coscienza civica della comunità nazionale tutta, eppure, rileggendo il documento, affiorano ombre ed interrogativi sostanzialmente riconducibili alla matrice profondamente ideologica che pare aver ispirato il contenuto di numerose disposizioni, le quali rinviano ad altrettante discutibili visioni in merito a quelle che debbano considerarsi quali prerogative giuridiche soggettive irrinunciabili, universali, indisponibili, imprescrittibili, inconculcabili. Ci muoviamo intorno ad un nucleo concettuale da sempre problematico per i teorici e i filosofi del diritto, quali siano cioè veramente quei diritti la cui essenziale inerenza alla natura stessa dell’uomo li fa assurgere alla dignità di diritti umani autentici, tali da meritare di essere annoverati quali statuizioni fondanti la Carta costitutiva di una qualsiasi comunità politica.

Si tratta di perplessità che nascono passando in rassegna i contenuti normativi della Costituzione in commento, che nel titolo II, subito dopo una brevissima parte dedicata alla definizione degli assetti politico-istituzionali dello Stato, pone un capitolo intitolato ai diritti umani. Impressiona il fatto che il primo dei diritti contemplati è così rubricato: “Diritto all’autodeterminazione personale”, impressione che pare confermare il sospetto accanimento ideologico già accennato e che di certo ha dominato le concitate sessioni di discussione all’interno delle quali sono stati dibattuti i numerosi progetti presentati.

Così, scorrendo l’elenco, si trovano tutelati, a seguire, il diritto all’integrità, all’identità e alla sicurezza giuridica, i diritti delle famiglie, i diritti sessuali e riproduttivi, il diritto di accesso alla giustizia e quello alla buona amministrazione, il diritto alla libertà di culto, di riunione ed associazione, di espressione ed informazione, all’educazione, alla scienza e all’innovazione tecnologica, allo sport e, finalmente, all’interno di un macro-articolo rubricato “Città solidale”, troviamo il diritto alla “vita degna”, seguito da un corollario di diritti cosidetti sociali, da quello ad un’abitazione degna, a quelli relativi all’acqua, allo sviluppo sostenibile, al lavoro.

Come già segnalato dal settimanale cattolico “Desde la fe”, organo ufficiale di Comunicazione sociale delle Arcidiocesi del Messico, il dibattito sul diritto alla vita non sembra abbia avuto spazio alcuno nelle discussioni susseguitesi in seno all’Assemblea costituente. Così una ipotetica statuizione relativa è rimasta fuori del testo, quantunque nel Preambolo dello stesso si legga che lo Stato della Città del Messico si impegna nell’adozione di politiche che favoriscano l’affermarsi di una società inclusiva, solidale, libera, tollerante, democratica, rappresentativa, garantista in fatto di protezione dei diritti umani.

Colpisce il fatto che i rappresentanti di una realtà sociale le cui aspirazioni di convivenza civile e pacifica appaiono giornalmente minacciate, messe in discussione e mortificate dall’iperattivismo criminale di cosche legate al narcotraffico, abbiano  deliberatamente scelto di glissare sul tema della protezione del diritto alla vita. Una realtà le cui difficoltà appaiono ulteriormente amplificate dalla sempre più diffusa piaga, ormai oggetto di un dominio culturale indiscusso, dell’aborto. L’OMS nel 2014 stimò che il tasso annuale di aborti praticati in Messico si aggirava intorno al milione e mezzo, un vorticoso circolo esiziale, capillarmente organizzato sul territorio, capace di generare un giro di affari che raggiunge 4 milioni di dollari messicani all’anno.

Perché accostare le guerre civili innescate – nella società messicana e in quelle di molte altre realtà nazionali del Sud America – dalle bande di narcotrafficanti con il tema dell’aborto? Semplicemente perché crediamo che la pace, condizione esistenziale irrinunciabile per lo sviluppo in pienezza di uomini e popoli, si costruisca partendo proprio da ciò che agli occhi obnubilati, o nella migliore delle ipotesi gravemente miopi, della società moderna, appare sempre più insignificante, come è il caso della difesa ad oltranza della vita che pulsa nel ventre di un madre, che è vita umana fin dai primi istanti in cui essa ha cominciato ad esistere, in una condizione di indigenza assoluta e costitutiva che in nessun momento può metterne in discussione la sua dignità integralmente ed irrinunciabilmente personale.

Come mera creatura, l’uomo, nell’ineludibile relazione con un’Alterità che da sempre lo investe, lo interpella, lo interroga, è chiamato a “maturare se stesso nella capacità d’amore e di far progredire il mondo, rinnovandolo nella giustizia e in quella pace che è insieme un dono e un compito […]. La pace è, infatti, una caratteristica dell’agire divino, che si manifesta sia nella creazione di un universo ordinato e armonioso, sia anche nella redenzione dell’umanità bisognosa di essere recuperata dal disordine del peccato” (Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata mondiale della Pace 2007). In tal senso, quelle stesse norme che teorici e sostenitori di una visione ontologico-relazione del diritto definiscono “naturali” andrebbero non “considerate come direttive che si impongono dall’esterno, quasi coartando la libertà dell’uomo”, bensì come guide dei popoli che, “all’interno delle rispettive culture, possono avvicinarsi al mistero più grande, che è il mistero di Dio. Il riconoscimento e il rispetto della legge naturale pertanto costituiscono anche oggi la grande base per il dialogo tra i credenti delle diverse religioni e tra i credenti e gli stessi non credenti” (Ibidem).

E sono proprio tali norme naturali, nell’ottica di un’ecologia umana integrale che qui proponiamo, ad essere chiamate a stabilire un chiaro confine tra ciò che è disponibile e ciò che non lo è: si tratta di ciò che Maritain ebbe a definire come “l’extraterritorialità della persona nei confronti dei mezzi temporali e politici”. E il confine che qui vorremmo difendere –che lungi dal costituire una pietra di inciampo nel dialogo con le avanguardie culturali odierne, dovrebbe unire tutti nella consapevolezza dell’irrinunciabilità di un suo incondizionato rispetto– è proprio quello della vita umana, in ogni istante della parabola ininterrottamente bio-grafica del suo esistere naturale.

È per questo che appare tanto più intollerabile assistere allo scempio dell’aborto che mette in discussione la vita umana nella fase della sua massima vulnerabilità, quella fetale appunto. E qui sovvengono nuovamente le parole di Benedetto XVI, che con la lucida e profetica lungimiranza di sempre ancora ammoniva: “Lo scempio [che si fa della vita umana] nella nostra società: accanto alle vittime dei conflitti armati, del terrorismo e di svariate forme di violenza, ci sono le morti silenziose provocate dalla fame, dall’aborto, dalla sperimentazione sugli embrioni e dall’eutanasia. Come non vedere in tutto questo – si chiede il Papa – un attentato alla pace? L’aborto e la sperimentazione sugli embrioni costituiscono la diretta negazione dell’atteggiamento di accoglienza verso l’altro che è indispensabile per instaurare durevoli rapporti di pace. Il rispetto del diritto alla vita in ogni sua fase – ricorda inoltre il Messaggio – stabilisce un punto fermo di decisiva importanza: la vita è un dono di cui il soggetto non ha la completa disponibilità. Il diritto alla vita e alla libera espressione della propria fede in Dio non è in potere dell’uomo”.

Mai parole furono più opportune, appropriate, puntuali nel descrivere la sfida, terribile e al tempo stesso esaltante, che la società messicana ha dinanzi a sé, quella cioè relativa alla costruzione delle condizioni culturali necessarie a garantire una convivenza umana autenticamente pacifica, solidale, democratica. Il diritto può e deve essere uno degli strumenti precipui nell’attuazione di condizioni sociali e politiche simili, ed è per questo che l’azione legislativa, specie se esercitata ai massimi livelli ordinamentali, non può mai smettere di essere orientata alla promozione di un umanesimo veramente integrale, inclusivo, in una parola cristiano, la cui compiuta realizzazione non può non passare per statuizioni che facciano assurgere l’obbligo di rispetto della vita umana, ad ogni livello di sviluppo, ad imperativo cardine, a disciplina nodale, a norma fondamentale dell’intero ordinamento. “Dio infatti – è ancora Maritain che parla – non crea delle essenze alle quali darebbe come ultima rifinitura la sussistenza per farle esistere! Dio crea dei soggetti […], che sussistono nella natura individuale che li costituisce, e che derivano la loro natura dall’influsso creatore come la loro sussistenza, la loro esistenza e la loro attività” (J. Maritain, Breve trattato dell’esistenza e dell’esistente).

La legge “civile”, dunque, deve tornare ad essere il pedagogo della libertà dei singoli, affinché si giunga ad un radicamento effettivo di, più che alla mera subordinazione a, quei valori veramente comuni, perché autenticamente umani. E alla luce di tutte queste considerazioni sembra proprio che i costituenti dello Stato della Città del Messico abbiano perso un’occasione storica. Ma anche a questo è possibile rimediare: basterebbe una volontà politica genuinamente ispirata alla cultura del rispetto della dignità personale di ogni creatura umana, in ogni momento del suo sviluppo biologico, per riparare compiutamente e così ripristinare quella che appare ad oggi come un vulnus grave di un principio metagiuridico di giustizia sostanziale.

Antonio Casciano

Antonio Casciano

Laureato in Giurisprudenza e in Filosofia all'Università Federico II di Napoli, ha conseguito il Dottorato di ricerca in Etica e filosofia politico-giuridica all'Università degli Studi di Salerno. Ha conseguito un Diploma di specializzazione in Bioetica all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e un Master in Diritti umani all'Università di Pamplona, Spagna. Avvocato, è stato collaboratore alla Cattedra di Filosofia del diritto presso gli Atenei di Napoli e Salerno. Attualmente collabora con la Fondazione italiana “Ut vitam habeant” e con le Fondazioni messicane “Incluyendo Mexico” e “Aguirre, Azuela, Chavez, Jauregui pro Derechos Humanos”. Nelle pubblicazioni di cui è stato autore si è occupato di bioetica, biogiuridica, etica pubblica, Dottrina sociale della Chiesa, approfondendo in particolare le implicazioni giuridiche ed etiche di tematiche legate alla vita, al matrimonio, alla sessualità, alla riproduzione, all'uso delle biotecnologie. Email: antonio.casciano@vitanews.org